Quello del genitore è un ruolo assai difficile. Lo dico già ora che ancora padre non sono, e ci credo sinceramente. Ogni famiglia è una storia a sé, non mi permetto di giudicare nessuno, o quasi – c’è chi non dovrebbe averne di figli, ma questa è una polemica per un’altra volta. Tutti i genitori, anche i più attenti, non possono sperare di non commettere errori. Anche io ne avrò fatti e ne farò ancora con te, avremo dei conflitti e va bene così! Litigheremo, parleremo e ci perdoneremo. I contrasti fanno parte della crescita di tutti e in una visione enciclopedica sono anche una necessaria reazione chimica degli elementi generazionali che si mescolano e formano nuove soluzioni (al tuo papà è piaciuta questa metafora, ma non sa quasi nulla di chimica, è bene dirlo). Mi spiego meglio: nel corso del viaggio della vita (ecco, questa metafora è alla portata di tutti) riempiamo un bagaglio personale in base all’esperienza che facciamo della storia, della società e della cultura del nostro tempo. In parte ereditiamo un’idea del mondo dai nostri genitori, ma è soprattutto il confronto con gli altri che definisce il nostro modo di ordinare e giudicare la realtà (per questo tornerò a parlare dell’importanza di essere un’influenza positiva). Questa negoziazione di valori è quindi una parte del nostro percorso come civiltà umana ed è normale che avvenga anche attraverso la collisione tra due generazioni a confronto: genitori e figli. 

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Ora, per quanto arduo sia come “mestiere”, non ci vuole molto per metter su una cassetta degli attrezzi (scusa, oggi le metafore fioccano così). Quando ho cominciato ad approfondire la comunicazione non-violenta, ho appreso che è più facile capire le azioni degli altri se ne comprendiamo le necessità.

Behind every action there is a need

(NVC – Kommunikation for Livet).

Questa consapevolezza mi è stata utilissima durante il mio primo anno di insegnamento nella scuola elementare; durante il corso chiesi al mio istruttore come potevo coinvolgere di più i miei studenti nelle attività che preparavo per loro, lui mi chiese:

Gli hai mai spiegato perché gliele proponi?”
No…
Non puoi aspettarti che ti ascoltino se non sanno quanto siano importanti per te

Era un concetto semplice, forse troppo. Ebbi un momento di scetticismo. Era più facile concludere che i miei alunni erano insensibili e maleducati (e forse qualcuno di loro lo era pure), ma mi resi conto che stavo scegliendo la via facile. Provai a fare come quell’istruttore aveva suggerito e rimasi colpito nel vedere da subito un cambiamento positivo. Non è una formula magica – non ne esistono – però mi aiuta ancora oggi: quando in una classe vedo disinteresse o resistenza, provo a spiegare perché quel tema, quel film, libro o attività siano importanti per me. Funziona anche per le regole. Io spiego sempre il motivo delle mie decisioni e delle mie scelte ai miei alunni. Renderli parte del nostro modo di pensare li fa sentire valorizzati e gli consente di elaborare meglio una norma come qualcosa di necessario e condiviso, piuttosto che una imperscrutabile imposizione dall’alto. Non è difficile, ma purtroppo siamo abituati ad esercitare coercitivamente la nostra autorità, dall’inizio dei tempi. A proposito di imposizioni imperscrutabili che vengono dall’alto, prendiamo l’esempio di Dio, in un certo senso il primo genitore della storia (e più alto di così…). Ti ricordi l’episodio della mela?

Il Signore Dio diede questo comando all’uomo: «Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti»

(Genesi, 2,16-17)

Riepiloghiamo: Adamo riceve un ordine di cui non viene spiegata né l’importanza (per Dio), né la motivazione; in compenso gli viene prospettata una conseguenza terribile, che sappiamo essere anche falsa – se poi Dio avesse inteso un senso figurato, il povero Adamo non poteva certo capirlo; non sapeva neanche di essere nudo, figurati cogliere certe sottigliezze della lingua! Non finisce qui, quando Dio scopre di non essere stato obbedito (sulla base della cieca obbedienza e della paura della morte) qual è la sua reazione pacata e comprensiva? Condanna Adamo, Eva e la loro discendenza alla sofferenza terrena e li caccia via dall’Eden. Già, padre dell’anno. Chiariamo, non è una critica alla Bibbia, del resto la Genesi vuole spiegare l’origine dell’uomo, non concetti di pedagogia (sebbene vada di moda saccheggiare la Bibbia dove faccia comodo). Tuttavia è interessante notare che questo modo di pensare e agire è abbastanza comune, al punto che se oggi proponi ad un genitore o ad un insegnante di non ricorrere a punizioni e ricompense ti guarderà male. Pensiamo che l’imporre senza spiegare sia simbolo di forza e che il vero potere su un altro lo si ottiene intimidendoli. Eppure un altro modo c’è, credimi, a te in primis e meglio che ad altri saprò dimostrarlo. 

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Se questo discorso non ti sembra casuale è perché non lo è. Di recente, durante una riunione scolastica, ho espresso, in quanto mi è stato richiesto, il mio parere circa il modo corretto di rimediare ai crescenti comportamenti devianti degli studenti. Puoi immaginare cosa abbia proposto: ascolto, dialogo, coinvolgimento, richiesta di collaborazione basata sulla comprensione della richiesta, ecc. La risposta che ho ricevuto mi ha lasciato basito… In sintesi: “Non si danno spiegazioni, sono grandi e devono capire che ci sono le regole e devono rispettarle, fine della conversazione.” Un’idea del genere me la aspetto da qualcuno che non ha mai incontrato un adolescente in vita sua, non da chi è a capo della didattica di un’istituzione scolastica. Non è solo un’idea inefficace (e autodistruttiva), è anche anti-educativa, specialmente in un momento storico in cui siamo tutti più fragili e isolati.

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Kids don’t learn from people they don’t like

Dr. Rita Pierson

Questa idea (espressa durante un interessante TedTalk) andrebbe interpretata nel modo corretto, perché presa letteralmente non è sempre vera. Capisci però il senso generale: c’è bisogno di un contatto umano. Proprio la scuola che può fare da ponte sul campo minato delle crepe generazionali non può permettersi di tirarsi indietro nella sua missione educativa che può e deve essere all’avanguardia. Anzi, dovremmo fare di più. Sempre la Pierson, nello stesso discorso:

“Every child deserves a champion, an adult who will never give up on them, who understands the power of connection, and insists that they become the best that they can possibly be.”

Questa citazione è stata particolarmente significativa (e dolorosa) perché l’ho sentita nello stesso periodo in cui ho appreso della storia di Gabriel Fernandez (non so se te ne parlerò, forse in futuro). Io ho avuto persone così nella mia vita, crescendo; persone che hanno visto qualcosa in me o che hanno saputo instillarmi fiducia in me stesso. Non sono mai state presenze permanenti, anzi erano figure di passaggio nella maggior parte dei casi, però hanno fatto la differenza. Forse per questo io cerco di essere quel campione per i miei studenti. E vorrei esserlo anche per te. Con pazienza e dedizione, sbagliando e correggendomi, ascoltando e comunicando. E qualche volta, quando è necessario, ignorando chi è rimasto legato ai metodi del vecchio testamento.

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