Un’altra settimana di isolamento e didattica a distanza è passata. Ormai si va avanti a benedizioni, chi per grazia divina, chi grazie al protettore degli esauriti di testa: il paracetamolo (la lista di salvatori sarebbe lunga e varia da persona a persona). Pesano particolarmente questi giorni, da un lato perché è richiesto uno sforzo mentale molto alto, dall’altro perché lo stress e la stanchezza si accumulano, con poche possibilità di recupero o sfogo. Penso che abbia giocato a mio sfavore anche la memoria del mio corpo, che avrà ricollegato questa esperienza al recente contagio e al lockdown dell’anno scorso. Non sono mai stato un tipo ansioso, ma in questi giorni ho sofferto di una leggera aritmia al cuore che ho scoperto chiamarsi extrasistole. Tranquillo non credo sia ereditaria ed è stata palesemente di natura psicologica. Sentivo di essere in un perenne stato di allerta e anche le cose più ridicole (il suono del citofono, il dubbio di aver risposto ad una e-mail, la menzione del nome della dirigente scolastica) avevano il potere di angosciarmi, dandomi quell’occasionale tuffo al cuore. A volte proprio a caso. L’ansia scorre forte nella nostra famiglia… (dal lato di tuo nonno), ma credimi che lotto con costanza per non cedere al lato oscuro. Purtroppo in questo caso era fuori dal mio controllo razionale. Mi hanno aiutato a uscirne la respirazione, la valeriana e la formula magica di mia nonna: “futtitinne”; me lo diceva sempre quando mi vedeva preoccupato o giù di morale e mi fa bene dirmelo da solo qualche volta perché nessun lavoro vale la tua salute, fisica o mentale.

Per aiutarmi a uscire da questa sensazione di oppressione mi sono anche concentrato sul presente, su consiglio di mia madre. Ho pensato a cose semplici e piacevoli che potessero riempire le mie giornate per dar loro un senso e distrarmi da zone rosse e donne incinte (sorvoliamo). In fondo era uno degli obiettivi di questo blog, parlare della mia vita di tutti i giorni. Questo mi ricorda anche che l’idea iniziale era di pubblicare foto originali scattate da me, catturate nel quotidiano. Purtroppo in questi mesi non c’è molto da fotografare. Le foto di copertina sono mie, scattate dal cellulare, l’obiettivo è di usare solo foto di qualità originali – nota a me stesso: quando saremo liberi devo sguinzagliare la mia Canon.

Non tutte le ciambelle riescono col buco. Io non ho proprio lo stampo.

Tornando all’argomento del giorno, nella mia lista c’era, tra le altre cose: fare una ciambella. Non che sia la prima volta, ma è una di quelle buone abitudini che voglio mantenere. Del resto è una lezione di vita che ci ha involontariamente lasciato il Covid: imparare ad apprezzare l’essere autonomi. Durante il lockdown ci siamo improvvisati tutti chef. Non solo per il piacere di mangiare qualcosa preparato con le nostre mani, anche per l’impatto positivo sulla salute (i prodotti confezionati sono pieni di porcherie) e sull’ambiente (la mia ispirazione è nata da lì, per evitare gli sprechi degli involucri di carta e plastica).

C’è di più. Anche se la ricetta originale che sto seguendo l’ho presa da internet, nel tempo l’ho modificata a modo mio (il tuo papà che non c’è al momento segue una dieta particolare, poi ti racconto). C’è quindi un tocco personale, creativo e… mentre preparavo, misuravo e impastavo, mi sono accorto che nei miei gesti, nelle mie decisioni, nei miei movimenti ritrovavo quelli di mia madre, che ho assorbito senza rendermene conto nelle decine di volte in cui l’ho osservata in cucina. Mi è venuto in mente lavando un cucchiaino, pensa. Ho immaginato te che mi chiedi “Perché lo lavi adesso?”, ed io a te “Sai, la nonna fa sempre così, lava le cose un poco alla volta, così non si accumulano” – e non ci prendiamo un infarto quando ci troviamo di fronte ad una pila di piatti sporchi.

Photo by Elly Fairytale on Pexels.com

Tua nonna mi ha trasmesso anche l’amore per l’ordine (che per me a volte sfocia in piccoli atteggiamenti ossessivo-compulsivi). Questo non ha fatto di me una persona sempre ordinata, perché, mi sono reso conto, a volte lascio un ambiente in disordine intenzionalmente, è un modo inconscio, animalesco se vuoi, che ho di esprimere un disagio che vivo – sarò sincero, alle volte è solo perché so essere pigro da far schifo. Di conseguenza mettere a posto diventa terapeutico e cucinare equivale a ricordare e portare avanti una tradizione vuol dire non lasciar morire.

Anche se tecnicamente non è una ricetta di famiglia, di fatto la famiglia c’è; si insinua non vista nel nostro sistema nervoso, mescola ricordi e identità, e il cibarsi dal celebrare. C’è sempre un motivo per celebrare, e il cibo aiuta. Tramite me c’è una tradizione che va avanti, un passaggio di testimone che spero di continuare. Sembra terribilmente melenso, ma è vero: l’ingrediente segreto è l’amore. Da ragazzo non mi capacitavo come la cucina di mia nonna (la tua bisnonna) potesse essere così buona per me e così indecente per mio nonno, finché ho avuto la realizzazione: non erano la stessa cosa! Lei era felice di cucinare per i nipoti, tanto quanto detestava cucinare per il marito e questo faceva la differenza. Da lei ho anche ereditato la ricetta della sua impanata (che tu avrai già avuto modo di assaggiare), quella davvero una ricetta di famiglia (semplicissima, eh) che è stata tramandata a me e che spero di tramandare a mia volta. Io cerco di cucinare sempre tenendo a mente le persone con cui voglio condividere il pasto. Non vedo l’ora che ci sia anche tu, come aiutante o come assaggiatore. Si dice che non ci sia niente di meglio della cucina di mamma: gli odori, i sapori, le abitudini con cui siamo cresciuti, certo, ma che ci sono arrivati con quella chiara sensazione di protezione e cura dell’affetto materno. O paterno.

Un pensiero su “Ricette di famiglia

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