Scusa la lunga pausa. Se potessi vedere i piatti che si sono accumulati nel lavello della cucina, le dune di vestiti sui mobili della camera da letto e i libri accatastati sul tavolo del soggiorno, ti darebbero un’idea immediata del mio stato d’animo recente; metafora di una routine che non lascia spazio o energie per prendersi cura di sé e della casa, e non va bene. Se ci fossi tu in questo appartamento come mi giustificherei? Hai diritto, ed è mio compito garantirtelo, ad avere un posto da chiamare casa. Un luogo accogliente e sicuro, la tua tana dove rifugiarti e crescere finché sarai pronto per il mondo selvaggio che ti aspetta fuori. Esiste un disordine “creativo”, ma non è questo. Questo è caos, è sintomo di un malessere interiore, è un subdolo richiamo all’annichilamento. Io oggi mi sono opposto: mi sono visto davanti ad un immaginario tsunami di calzini, padelle e scatolame mentre gridavo “Tu non mi seppellirai!”.

Sto esagerando, non è niente di così esagerato. Ho visto di peggio. Ho pensato a chi vive in mezzo al degrado vero e naturalmente mi sono intristito (malebenedetta empatia). Li immagino quei bambini, in baracche e ghetti, per i quali la sporcizia, la confusione e la sregolatezza sono un habitat naturale. Sì, esistono genitori (indegni di questo ruolo) che sono responsabili per aver creato degli antinido, ma probabilmente anche loro vengono da realtà simili, non hanno mai conosciuto di meglio, non hanno mai ricevuto l’aiuto necessario ad uscirne. Una malattia sociale che viene ereditata, figli che non conosceranno amore, non riceveranno quel poco di solidarietà che possa offrire loro un altro percorso al bivio delle opportunità.

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Per questi figli della violenza è una lotta di sopravvivenza e troppo spesso la scelta è adeguarsi o perire. Ci sono anche genitori per bene che sono stati travolti loro malgrado dall’onda impietosa di quello che noi chiamiamo “progresso” (Verga docet), questa corsa folle e inutile che promette falsi traguardi di comfort e felicità ai pochi che si trovano a bordo, incurante dei corpi che deve investire per proseguire. Pensa che sofferenza per quelle famiglie che sono costrette a veder crescere i figli in una baraccopoli o nella tenda di un campo profughi (altro motivo per stimare e supportare Still I Rise). Luoghi disumani che generano altra disumanità. Sono veramente tanti quelli che hanno bisogno.

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Ti ricordi la scena in cui il professor Xavier “vede” le persone attraverso Cerebro in X-men 2? Ecco, la sensazione è quella, ma invece delle luci rosse dei mutanti, io vedo gli spiriti resilienti della gente di buon cuore che soffre. E vorrei aiutarli, vorrei aiutarli tutti. Questo è un altro mio difetto, che farò in modo di non passarti. Io voglio sempre salvare tutti. Non è possibile, ma io ci credo lo stesso, non riesco a lasciare andare l’idea. Se solo potessi vivere più di una vita, o una vita estremamente lunga, andrei in giro per il mondo per intervenire in ogni scuola, in ogni casa abbandonata, in ogni comunità in difficoltà. Sono forse un megalomane, e una mania di onnipotenza forse è questa. Non lo so, però in questi casi provo a immaginare di avere di fronte me stesso, come se fossi un’altra persona, e rifletto su quale consiglio gli darei. Gli direi “non serve, smetti di caricarti sulle spalle il peso di tutto, non sei Atlante. Non è compito del singolo risolvere ogni problema. Fai del bene, aiuta chi hai vicino a te e insegna agli altri a fare altrettanto, è così che potremo guarire l’umanità”. Mi vengono in mente le parole del Talmud, il testo sacro dell’ebraismo (che io però conosco attraverso Schindler’s List):

Chi salva una vita salva il mondo intero.

Salvare una persona non significa necessariamente sottrarla ad un pericolo mortale, almeno non direttamente. A volte basta un gesto di gentilezza, un atto di altruismo, una spalla su cui piangere, una mano da afferrare per rialzarsi. L’effetto di riverbero di una singola buona azione può espandere increspature virtuose anche attraverso le generazioni.

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Sono comunque tentato di fare un tour per l’Italia, per combattere il bullismo e l’emarginazione in ogni scuola, ma è un progetto talmente complesso che non ho proprio idea di come potrei renderlo possibile. Tuttavia, se tu non dovessi arrivare, potrebbe aggiungersi ai miei sogni nel cassetto (l’altro è aprire una scuola mia, poi te ne parlerò). Fino ad allora, devo imparare ad apprezzare il poco che riesco a fare giorno per giorno. Non siamo titani, non siamo dei, non abbiamo dei superpoteri, ma che importa? Se riusciremo a cambiare in meglio la vita di anche una sola persona, saremo a tutti gli effetti degli eroi. Nelle parole di un noto scrittore:

Forse per il mondo sei solo una persona, ma per qualche persona sei tutto il mondo.

Gabriel García Márquez

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