La ragazza dal fiocco giallo

Sorrideva. Di quel sorriso che si sofferma sul viso quando sei accompagnato da pensieri che sanno di conforto e respiri pieni. Guardava davanti a sé, ma era chiaro che la sua mente fosse in viaggio. Le sue mani gentili prendono un taccuino per aggiungere qualcosa a ciò che già vi era scritto, poi con la stessa delicatezza e una espressione soddisfatta lo ripongono nella borsa di tessuto. È sola, ma non solitaria. I bei capelli castani corti incorniciano la pelle chiara e in mezzo ad essi spicca un ampio fiocco giallo opaco. Una fotografia animata che ho ancora in mente, forse sbiadita, forse alterata dai filtri con cui la guardavo fugacemente in quel momento. Era una giornata piena di sole, nella mia memoria i riflessi di luce la circondavano ovunque, seduta a quel tavolo in riva al Po. Nella mia immaginazione romantica la scena era diventata un quadro impressionista.

In riva al mare (By the Seashore) di Pierre-Auguste Renoir

È un periodo che mi sento inattivo, che esito o tardo ad agire. Quel giorno non fu diverso. Pensavo a come approcciarla mentre i miei cugini si informavano sul menù. C’era un senso di familiarità che mi affascinava, come se l’avessi già vista, anzi, già incontrata. Sapevo che non era così, eppure era una sensazione così nitida che sarei potuto andarle davanti e chiederle “Mi riconosci? Sono io. Mi aspettavi anche tu come io aspettavo te?“. Naturalmente non mi sarebbe mai passato per la testa di dirle veramente così, anche una persona molto sensibile non avrebbe potuto che rispondere “Non ti ho mai visto in vita mia” o “Aiuto?”. Le avrei offerto qualcosa. Avrei detto al cameriere di portarle un’altra bibita come quella che aveva già ordinato e di informarla che era da parte mia. Il piano è svanito il secondo dopo, quando i miei cugini mi hanno chiamato per andare via: non c’erano posti all’ombra.

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Di solito mi sento sollevato quando si presenta una scusa per sottrarmi ad un dilemma. Questa volta è stato diverso. Mi allontanavo e mi voltavo indietro. Non mi è venuta alcuna idea per cambiare la situazione e così ho proseguito. Seduti ad un altro ristorante, in piazza, mi è venuta infine l’illuminazione: questo blog! Avrei potuto semplicemente darle l’indirizzo per leggere queste pagine e poi avrebbe deciso lei se contattarmi. Quale biglietto da visita migliore? Ormai però era passato troppo tempo. Valeva la pena tornare indietro nel caso in cui fosse ancora lì? Non lo saprò mai, perché sono rimasto dov’ero a scrutare ogni persona che arrivava dal lungofiume e nessun fiocco si è presentato al mio sguardo. Perché non ho osato? Forse dipende dalla sfiducia in ciò che può succedere, sfiducia verso il futuro – ultimamente ce n’è in abbondanza.

Ricordi quello che dico sempre? L’immobilità è l’opposto della vita, la vita è movimento. L’ho imparato da Zanna Bianca di Jack London. Dunque rimanere immobili è rinunciare a vivere e questo non lo voglio, non posso permettermelo. Cerco di imparare da ogni momento, così che la prossima volta sarò più deciso, nella speranza di poterti raccontare di quella volta che ho saputo cogliere l’attimo e far sbocciare un’occasione.

Rinuncerò forse a sorridere?

Mi sento la morte nel cuore. Non ho visto nulla, non conosco nessuno laggiù, però la sento lo stesso. Non si può dire che sia stato un colpo di scena. L’avanzata dei Talebani sembrava inarrestabile, eppure la velocità con cui hanno ripreso il controllo dell’Afghanistan è andata al di là delle aspettative. Una delle ferite aperte del nostro tempo, che purtroppo erediterà anche la tua generazione. Col tempo ti parlerò di ognuna di esse, affinché tu sia consapevole, perché la consapevolezza è il primo passo necessario al cambiamento. Tredici anni fa leggevo “Il cacciatore di aquiloni” di Khaled Hosseini in un parco a Londra, è doloroso pensare che quello stesso paese potrebbe rivivere lo stesso incubo ancora una volta.

Khaled Hosseini (che a proposito è goodwill ambassador della UNHCR)

Questa ferita ha già vent’anni, che però oggi sembrano cento. Un salto nel passato, di quelli che fanno male, di quelli che gridano regresso, di quelli che promettono di grondare sangue. I talebani si presentano ragionevoli, propositivi, pacifici. Ho sentito un moto di speranza, così ampio che mi ha messo subito in guardia. Che i talebani siano effettivamente cambiati? Che questo nuovo governo possa essere diverso? Il mio cuore vorrebbe disperatamente crederlo, ma proprio questo slancio mi ha disilluso: sarebbe bello crederlo. Sarebbe bello lasciare andare questa angoscia impotente, sarebbe bello non sentire il peso morale che comporta l’essere occidentali, sarebbe bello non dover stare in pena per un popolo che non vede fine alle proprie sofferenze. Ho continuato a consumare la mia cena mentre ascoltavo il telegiornale. Che altro potevo fare? Perdere il sonno e la fame non aiuterebbe nessuno. Cosa aiuterebbe però? Ho il diritto di sorridere, di essere spensierato? Continuare a preoccuparmi della quotidianità sembra un tale controsenso. Se vedessi te in questo stato, cosa ti direi?

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Ti abbraccerei. Ti consolerei. Ti direi che la storia è un fiume che non può scorrere alla rovescia. In qualche modo stiamo andando avanti, nonostante queste battute d’arresto. Possiamo dare il nostro contributo al percorso del fiume. Un solo sasso non può alterare la corrente, ma se siamo in tanti a portare il nostro contributo, un sasso alla volta, possiamo deviare il corso degli eventi. Quello che possiamo fare, quindi, è portare il nostro peso, dare il nostro contributo e ispirare quante più persone possibile a fare altrettanto. Non è detto che né io né tu riusciremo a vedere questo cambiamento, ma questo non è un buon motivo per rinunciare a costruire i ponti per le generazioni future. Trovo doveroso unirsi al lutto degli Afgani, essere partecipi, tener viva l’attenzione su di loro. Poi però si passa all’azione. Se fossi un avatar userei i quattro elementi per portare rovina sui talebani, e il pensiero mi dà una certa soddisfazione, ma bisogna essere concreti. Cosa possiamo fare?

Per prima cosa dobbiamo pensare a chi sta fuggendo. Io ho in mente un paio di cose. Innanzitutto, includerò la questione nella mia programmazione scolastica (in realtà era già previsto). Non è casuale che tra i libri che proporrò quest’anno ci sarà “Stanotte guardiamo le stelle” di Alì Ehsani e Francesco Casolo, su cui sto già ricamando diverse iniziative. Dei giochi che potrei proporre ad un corso per Game Designer a cui prenderò parte presto (da tempo volevo provare a ideare un gioco da tavolo) sceglierò proprio quello ispirato al libro di Alì, sperando di riuscire a realizzarlo, utilizzarlo per sensibilizzare l’opinione pubblica e destinare ogni ricavato ai rifugiati. Ho in mente un progetto forse troppo lontano, ma ci proverò: proporre di riqualificare uno dei tanti paesi abbandonati nella nostra penisola per farne un paese afgano in Italia. Non sarebbe un atto vero di accoglienza e solidarietà? Per essere più pratici organizzerò una raccolta fondi per la UNHCR (a proposito, link cliccando sull’immagine). Tu cosa farai?

https://donate.unhcr.org

Abbiamo il privilegio di vivere in un paese che non è più in guerra. Abbiamo il privilegio di essere nati in una civiltà che può guardare ad un futuro nuovo e ricco di possibilità. Non abbiamo fatto nulla per meritarcelo, ma questo non deve farci sentire in colpa, anzi deve animarci di un desiderio umanitario. Siamo i fratelli maggiori del mondo, deve essere nostro motivo di gioia e orgoglio dare supporto a chi non ha ancora raggiunto una meta di pace e dignità. Per questo possiamo piangere con loro, ma dobbiamo anche sorridere e sperare, con loro. Non voltiamo le spalle. Tendiamo la mano.

A volte crescono

Tempo fa ho provato a coltivare un seme di avocado. Sembrava semplice: metti il seme sospeso in un bicchiere, così che stia per metà a mollo nell’acqua, aspetti che spunti una radice e lo trapianti in un vaso. Questo prima di realizzare che una pianta di avocado, come ogni albero che si rispetti, richiede anni per crescere e ancora più tempo per dare frutto. In breve, se sono fortunato, potrai gustare gli avocado del nostro albero quando avrai finito la scuola media (e con questo intendo sia la fortuna che l’albero cresca, sia la fortuna di averti avuto). Sono al secondo tentativo, in quanto il primo non era andato: dopo settimane di attesa il seme stava lì, crocifisso dagli stuzzicadenti, poco più vivo di un sasso. Questa volta invece è spuntata una bella radice e così ho potuto travasare il seme. Con trepidazione ho aspettato che germogliasse qualcosa. Giorni, settimane. Il nulla. Quella terra che già aveva visto morire il basilico si beffava dei miei innaffiamenti e del mio sguardo apprensivo. Come spesso succede, la monotonia portata dall’assenza di eventi spinge i tuoi pensieri altrove, e i miei erano già reclamati dai tanti problemi a scuola. Me ne dimenticai. Molto tempo dopo, alla fine di una settimana di pioggia uscii in balcone, senza un motivo particolare. Peccato che nessuno abbia potuto vedere la mia faccia. Sono felice che mi possano capitare ancora momenti del genere. Il tuo passo si arresta, la bocca si apre e prende forma di sorriso, gli occhi non si schiodano, intenti a conciliare la tua incredulità con l’obiettività di ciò che vedono. Un momento di meraviglia. Qualcosa era nato, e non semplici foglioline, ma un intero fusto.

Che sorpresa e quanto orgoglio in quella pianticina. Di corsa sono tornato a documentarmi su come vada coltivato l’avocado ed è qui che ho scoperto quali fossero i tempi di crescita. Questo non mi ha scosso più di tanto, la notizia brutta era un’altra: secondo più fonti era necessario potare la pianta, di netto. A quanto pare rende le radici più forti, ma con che cuore potevo amputare quella pianta che così arditamente aveva reclamato la propria esistenza? Ho aspettato diversi giorni prima di decidermi a farlo e questo non ha aiutato perché quelle foglioline intanto si moltiplicavano e crescevano a vista d’occhio. “Non vi preoccupate, la pianta di avocado è forte”. Raccontatelo a qualcun altro, è stato comunque un trauma… Mi sono sentito un mostro. Mi ero abituato ormai a tornare a casa e uscire in balcone a vedere come stava. Darle più acqua, spostarla all’ombra, osservare i nuovi germogli, accarezzare le foglie grandi per sentirne la ruvidità sulle dita. E ora invece era un gambetto mozzo. Che stretta al cuore. E che angoscia l’incertezza. Ce la farà? Si riprenderà? Ecco lo sapevo, non dovevo farlo, come ho potuto fidarmi di internet? Ormai non potevo che aspettare e avere fiducia in quelle radici nascoste.

Per fortuna la storia ha un lieto fine. Ci ha messo un po’, ma l’avocado si è davvero fatto più forte. Lentamente le nuove foglie sono diventati piccoli rami e hanno ripreso a decorarsi di foglie. Adesso questo futuro alberello è forte e sano. In teoria dovevo potarlo due volte, ma ANCHE NO, grazie. Che ti devo dire? Il simbolismo di questo episodio è così ovvio che ha allibito anche me. Anche tra i miei studenti capitano i semi insicuri, che ti lasciano con il fiato sospeso finché non li vedi sbocciare, quelli con le radici nascoste e profonde, ma forti più di quanto loro stessi si rendano conto, i germogli che arrivano tardi ma che contro ogni aspettativa alla fine ce la fanno e sono i più maturi di tutti. E per fortuna succede anche che sia il cielo a mandare l’acqua che tu non hai saputo donare. In tutti i casi non cambiano certe costanti da parte di chi coltiva questo giardino: pazienza, fiducia e cura. Posso solo ringraziare la natura per avermi dato questa lezione. Vederti crescere, meravigliarmi di ogni piccolo cambiamento, di ogni momento di scoperta, di forza, di difficoltà. Se per una pianta mi sono emozionato tanto, come mi sentirò quando si tratterà di te? Spero di scoprirlo. Sto provando a essere forte, ma non è facile.

Ti auguro di crescere altrettanto bene, di superare gli ostacoli, sovvertire i pronostici, di ergerti verso il cielo a reclamare il tuo diritto alla vita.

Ah, un’altra cosa, non fare come tuo padre, prendi esempio dalle piante di avocado e bevi tanta acqua!

Un eroe

Scusa la lunga pausa. Se potessi vedere i piatti che si sono accumulati nel lavello della cucina, le dune di vestiti sui mobili della camera da letto e i libri accatastati sul tavolo del soggiorno, ti darebbero un’idea immediata del mio stato d’animo recente; metafora di una routine che non lascia spazio o energie per prendersi cura di sé e della casa, e non va bene. Se ci fossi tu in questo appartamento come mi giustificherei? Hai diritto, ed è mio compito garantirtelo, ad avere un posto da chiamare casa. Un luogo accogliente e sicuro, la tua tana dove rifugiarti e crescere finché sarai pronto per il mondo selvaggio che ti aspetta fuori. Esiste un disordine “creativo”, ma non è questo. Questo è caos, è sintomo di un malessere interiore, è un subdolo richiamo all’annichilamento. Io oggi mi sono opposto: mi sono visto davanti ad un immaginario tsunami di calzini, padelle e scatolame mentre gridavo “Tu non mi seppellirai!”.

Sto esagerando, non è niente di così esagerato. Ho visto di peggio. Ho pensato a chi vive in mezzo al degrado vero e naturalmente mi sono intristito (malebenedetta empatia). Li immagino quei bambini, in baracche e ghetti, per i quali la sporcizia, la confusione e la sregolatezza sono un habitat naturale. Sì, esistono genitori (indegni di questo ruolo) che sono responsabili per aver creato degli antinido, ma probabilmente anche loro vengono da realtà simili, non hanno mai conosciuto di meglio, non hanno mai ricevuto l’aiuto necessario ad uscirne. Una malattia sociale che viene ereditata, figli che non conosceranno amore, non riceveranno quel poco di solidarietà che possa offrire loro un altro percorso al bivio delle opportunità.

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Per questi figli della violenza è una lotta di sopravvivenza e troppo spesso la scelta è adeguarsi o perire. Ci sono anche genitori per bene che sono stati travolti loro malgrado dall’onda impietosa di quello che noi chiamiamo “progresso” (Verga docet), questa corsa folle e inutile che promette falsi traguardi di comfort e felicità ai pochi che si trovano a bordo, incurante dei corpi che deve investire per proseguire. Pensa che sofferenza per quelle famiglie che sono costrette a veder crescere i figli in una baraccopoli o nella tenda di un campo profughi (altro motivo per stimare e supportare Still I Rise). Luoghi disumani che generano altra disumanità. Sono veramente tanti quelli che hanno bisogno.

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Ti ricordi la scena in cui il professor Xavier “vede” le persone attraverso Cerebro in X-men 2? Ecco, la sensazione è quella, ma invece delle luci rosse dei mutanti, io vedo gli spiriti resilienti della gente di buon cuore che soffre. E vorrei aiutarli, vorrei aiutarli tutti. Questo è un altro mio difetto, che farò in modo di non passarti. Io voglio sempre salvare tutti. Non è possibile, ma io ci credo lo stesso, non riesco a lasciare andare l’idea. Se solo potessi vivere più di una vita, o una vita estremamente lunga, andrei in giro per il mondo per intervenire in ogni scuola, in ogni casa abbandonata, in ogni comunità in difficoltà. Sono forse un megalomane, e una mania di onnipotenza forse è questa. Non lo so, però in questi casi provo a immaginare di avere di fronte me stesso, come se fossi un’altra persona, e rifletto su quale consiglio gli darei. Gli direi “non serve, smetti di caricarti sulle spalle il peso di tutto, non sei Atlante. Non è compito del singolo risolvere ogni problema. Fai del bene, aiuta chi hai vicino a te e insegna agli altri a fare altrettanto, è così che potremo guarire l’umanità”. Mi vengono in mente le parole del Talmud, il testo sacro dell’ebraismo (che io però conosco attraverso Schindler’s List):

Chi salva una vita salva il mondo intero.

Salvare una persona non significa necessariamente sottrarla ad un pericolo mortale, almeno non direttamente. A volte basta un gesto di gentilezza, un atto di altruismo, una spalla su cui piangere, una mano da afferrare per rialzarsi. L’effetto di riverbero di una singola buona azione può espandere increspature virtuose anche attraverso le generazioni.

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Sono comunque tentato di fare un tour per l’Italia, per combattere il bullismo e l’emarginazione in ogni scuola, ma è un progetto talmente complesso che non ho proprio idea di come potrei renderlo possibile. Tuttavia, se tu non dovessi arrivare, potrebbe aggiungersi ai miei sogni nel cassetto (l’altro è aprire una scuola mia, poi te ne parlerò). Fino ad allora, devo imparare ad apprezzare il poco che riesco a fare giorno per giorno. Non siamo titani, non siamo dei, non abbiamo dei superpoteri, ma che importa? Se riusciremo a cambiare in meglio la vita di anche una sola persona, saremo a tutti gli effetti degli eroi. Nelle parole di un noto scrittore:

Forse per il mondo sei solo una persona, ma per qualche persona sei tutto il mondo.

Gabriel García Márquez

L’insegnamento è tutto

Tra le abitudini sane che sto riuscendo a mantenere c’è quella di non usare l’ascensore. Il tuo papà che non c’è, da buon nerd, ha avversione per tutte le attività fisiche. Sembra una sciocchezza, ma quei quattro piani a piedi fanno bene al corpo e diventano una pausa di riflessione (se non ti distrai gli scalini sembrano non finire mai). Per esempio, qualche tempo fa, iniziata la prima rampa, mi sono soffermato sul fatto che non tocco mai il portone del palazzo a mani nude – un gesto ormai abitudinario. Perché lo faccio? In teoria dovrebbe essere sicuro per via delle misure igieniche, però non puoi mai sapere se chi lo ha toccato prima di te ha mancato al proprio dovere – sul momento mi ero risposto meno elegantemente. Qualche gradino più su ho realizzato che stavo giudicando troppo in fretta; queste “mancanze” devono pur provenire da qualche parte… È naturale che non tutti ricevano la stessa educazione, e a parità di educazione non tutti hanno le stesse priorità (detta diversamente: c’è chi se ne frega beatamente). Per non parlare delle influenze esterne. Ancora qualche scalino, sono a metà percorso. Possibile che dopo tutti questi secoli non si sia ancora affermata una consapevolezza condivisa? Il volto cambia, ma lo specchio del tempo rimane lo stesso e il suo riflesso ci dice che siamo quanto c’è di sbagliato nel mondo. Abbiamo solo da perderci nel fare scelte fondate sull’egoismo, eppure l’egoismo regna sovrano. A ben vedere, però, chi dovrebbe insegnarlo? Non è una prospettiva socio-culturale accessibile a chiunque. Alcuni gradini di silenzio. Sapere insegnare, il giusto nel modo giusto. Poter rinforzare una buona educazione, raddrizzarla quanto basta o combatterla quando occorre. Accompagnare verso la conoscenza, ispirare creatività, costruire il carattere, infondere fiducia, aprire nuovi orizzonti. Che potere immenso e sottovalutato: poter cambiare la storia, saper comunicare il presente, preparare alle sfide del futuro e dare in eredità il mondo. L’ultimo gradino, ecco la porta di casa. Tutto può cambiare, so che questo è vero.

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I problemi del nostro tempo sembrano radicati e insuperabili. Mi chiedo se ci sia mai stata una generazione che l’abbia pensata diversamente. Come cambia il mondo? Una persona alla volta. È un piccolo miracolo: se potessi vedere tutte le persone del mondo riunite, formerebbero davanti a te un mare informe e senza individualità; in mezzo alle onde sarebbe facile per una persona lasciarsi trascinare e solo i suoi vicini gli sembrerebbero importanti; poi qualcuno si erge sopra i flutti, si guarda intorno, una brezza sconosciuta giunge ai suoi orecchi e i suoi occhi raccolgono riflessi lontani; allora vede che non esiste un inizio, né una fine, non ci sono confini, non ci sono differenze, vede solo tanta umanità; così cerca di fare alzare lo sguardo a chi ha attorno per condividere questa scoperta, ma sono tutti troppo abituati a quella corrente, cambiare costa fatica e fa paura; quella persona ora si sente più piccola, a volte pensa di smettere di lottare e lasciarsi andare verso il fondo… finché non avvista un’altra figura che si solleva nella distanza; e i due si guarderanno fissi negli occhi e anche se per un istante, anche se divisi, anche se lontani avranno il conforto di sapere che non sono soli. C’è una nuova coscienza. Questo fenomeno come processo spontaneo è lento, si costruisce poco alla volta, poi all’improvviso accelera, sboccia e si espande. La storia è piena di momenti di presa di coscienza collettivi. Perché lasciarli a sé stessi? Abbiamo questa capacità incredibile di apprendere. Impariamo a insegnare, valorizziamo e miglioriamo la scuola, diamo ai nuovi arrivati le chiavi per un futuro sempre migliore. Si fa presto ad accusare genitori e insegnanti di inadeguatezza, andrebbero invece guidati, formati e supportati. Un paese che non scommette sul futuro è un morto che cammina – e non andrà lontano.

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A mio modo di vedere, non c’è problema piccolo o grande che non possa essere risolto da una valida educazione e un bravo insegnante, ed entrambi non avvengono per caso. Credo fermamente nella capacità dell’istruzione di poter cambiare il mondo e per fortuna non sono il solo. Una società veramente democratica offre istruzione di qualità a tutti. Anche io ho trovato conforto nell’esistenza di spiriti affini. Uno sguardo che ha incontrato il mio su quel mare umano appartiene ad una associazione meravigliosa che risponde al nome di Still I Rise. Se hai capito quanto ho detto finora, non ti giungerà come una sorpresa se affermo che l’insegnamento può risollevare una intera società. Ci sono paesi afflitti dalla guerra, intralciati dai conflitti, ostacolati da scelte fatte da persone di un’altra epoca o di un’altra appartenenza. Chi nasce in quei paesi non merita meno felicità di noi, solo per essere nata al di là di una linea immaginaria. Partono svantaggiati nella corsa verso una vita dignitosa, ma è un divario che si può colmare. Mandare soldi affinché una mano anonima sfami un bambino ritratto in condizioni disumane, aiuta solo i nostri sensi di colpa. Il cibo è importante, ma non basta: quel bambino domani avrà di nuovo fame e dipenderà ancora dalla nostra “carità”. Per fare la differenza dobbiamo dare loro gli strumenti per scegliersi e costruirsi un futuro libero. Still I Rise apre scuole dove ce n’è più bisogno; offre protezione e istruzione di alta qualità agli ultimi degli ultimi – l’intelligenza non conosce povertà, in compenso la ricchezza sguazza nell’ignoranza. Siamo tutti connessi, il loro successo sarà il nostro, così come la loro sconfitta sarebbe la sconfitta di tutti.

«Agisci in modo da trattare l’umanità, nella tua persona così come nella persona di ogni altro, sempre come un fine e mai come un mezzo».

I. Kant

Per una volta mi rivolgo direttamente a te lettore. Spero di averti portato con me lungo questa scalinata e di essere riuscito con le mie parole a convincerti di quanto tu sia importante per incoraggiare un cambiamento di coscienza globale. Sul loro sito potrai trovare informazioni su tutti i loro progetti e le possibilità che hai di supportare le loro scuole. Cambiamo il mondo, oggi, insieme.

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