Ricette di famiglia

Un’altra settimana di isolamento e didattica a distanza è passata. Ormai si va avanti a benedizioni, chi per grazia divina, chi grazie al protettore degli esauriti di testa: il paracetamolo (la lista di salvatori sarebbe lunga e varia da persona a persona). Pesano particolarmente questi giorni, da un lato perché è richiesto uno sforzo mentale molto alto, dall’altro perché lo stress e la stanchezza si accumulano, con poche possibilità di recupero o sfogo. Penso che abbia giocato a mio sfavore anche la memoria del mio corpo, che avrà ricollegato questa esperienza al recente contagio e al lockdown dell’anno scorso. Non sono mai stato un tipo ansioso, ma in questi giorni ho sofferto di una leggera aritmia al cuore che ho scoperto chiamarsi extrasistole. Tranquillo non credo sia ereditaria ed è stata palesemente di natura psicologica. Sentivo di essere in un perenne stato di allerta e anche le cose più ridicole (il suono del citofono, il dubbio di aver risposto ad una e-mail, la menzione del nome della dirigente scolastica) avevano il potere di angosciarmi, dandomi quell’occasionale tuffo al cuore. A volte proprio a caso. L’ansia scorre forte nella nostra famiglia… (dal lato di tuo nonno), ma credimi che lotto con costanza per non cedere al lato oscuro. Purtroppo in questo caso era fuori dal mio controllo razionale. Mi hanno aiutato a uscirne la respirazione, la valeriana e la formula magica di mia nonna: “futtitinne”; me lo diceva sempre quando mi vedeva preoccupato o giù di morale e mi fa bene dirmelo da solo qualche volta perché nessun lavoro vale la tua salute, fisica o mentale.

Per aiutarmi a uscire da questa sensazione di oppressione mi sono anche concentrato sul presente, su consiglio di mia madre. Ho pensato a cose semplici e piacevoli che potessero riempire le mie giornate per dar loro un senso e distrarmi da zone rosse e donne incinte (sorvoliamo). In fondo era uno degli obiettivi di questo blog, parlare della mia vita di tutti i giorni. Questo mi ricorda anche che l’idea iniziale era di pubblicare foto originali scattate da me, catturate nel quotidiano. Purtroppo in questi mesi non c’è molto da fotografare. Le foto di copertina sono mie, scattate dal cellulare, l’obiettivo è di usare solo foto di qualità originali – nota a me stesso: quando saremo liberi devo sguinzagliare la mia Canon.

Non tutte le ciambelle riescono col buco. Io non ho proprio lo stampo.

Tornando all’argomento del giorno, nella mia lista c’era, tra le altre cose: fare una ciambella. Non che sia la prima volta, ma è una di quelle buone abitudini che voglio mantenere. Del resto è una lezione di vita che ci ha involontariamente lasciato il Covid: imparare ad apprezzare l’essere autonomi. Durante il lockdown ci siamo improvvisati tutti chef. Non solo per il piacere di mangiare qualcosa preparato con le nostre mani, anche per l’impatto positivo sulla salute (i prodotti confezionati sono pieni di porcherie) e sull’ambiente (la mia ispirazione è nata da lì, per evitare gli sprechi degli involucri di carta e plastica).

C’è di più. Anche se la ricetta originale che sto seguendo l’ho presa da internet, nel tempo l’ho modificata a modo mio (il tuo papà che non c’è al momento segue una dieta particolare, poi ti racconto). C’è quindi un tocco personale, creativo e… mentre preparavo, misuravo e impastavo, mi sono accorto che nei miei gesti, nelle mie decisioni, nei miei movimenti ritrovavo quelli di mia madre, che ho assorbito senza rendermene conto nelle decine di volte in cui l’ho osservata in cucina. Mi è venuto in mente lavando un cucchiaino, pensa. Ho immaginato te che mi chiedi “Perché lo lavi adesso?”, ed io a te “Sai, la nonna fa sempre così, lava le cose un poco alla volta, così non si accumulano” – e non ci prendiamo un infarto quando ci troviamo di fronte ad una pila di piatti sporchi.

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Tua nonna mi ha trasmesso anche l’amore per l’ordine (che per me a volte sfocia in piccoli atteggiamenti ossessivo-compulsivi). Questo non ha fatto di me una persona sempre ordinata, perché, mi sono reso conto, a volte lascio un ambiente in disordine intenzionalmente, è un modo inconscio, animalesco se vuoi, che ho di esprimere un disagio che vivo – sarò sincero, alle volte è solo perché so essere pigro da far schifo. Di conseguenza mettere a posto diventa terapeutico e cucinare equivale a ricordare e portare avanti una tradizione vuol dire non lasciar morire.

Anche se tecnicamente non è una ricetta di famiglia, di fatto la famiglia c’è; si insinua non vista nel nostro sistema nervoso, mescola ricordi e identità, e il cibarsi dal celebrare. C’è sempre un motivo per celebrare, e il cibo aiuta. Tramite me c’è una tradizione che va avanti, un passaggio di testimone che spero di continuare. Sembra terribilmente melenso, ma è vero: l’ingrediente segreto è l’amore. Da ragazzo non mi capacitavo come la cucina di mia nonna (la tua bisnonna) potesse essere così buona per me e così indecente per mio nonno, finché ho avuto la realizzazione: non erano la stessa cosa! Lei era felice di cucinare per i nipoti, tanto quanto detestava cucinare per il marito e questo faceva la differenza. Da lei ho anche ereditato la ricetta della sua impanata (che tu avrai già avuto modo di assaggiare), quella davvero una ricetta di famiglia (semplicissima, eh) che è stata tramandata a me e che spero di tramandare a mia volta. Io cerco di cucinare sempre tenendo a mente le persone con cui voglio condividere il pasto. Non vedo l’ora che ci sia anche tu, come aiutante o come assaggiatore. Si dice che non ci sia niente di meglio della cucina di mamma: gli odori, i sapori, le abitudini con cui siamo cresciuti, certo, ma che ci sono arrivati con quella chiara sensazione di protezione e cura dell’affetto materno. O paterno.

Un luogo a cui fare ritorno

Siamo di nuovo chiusi in casa. Una zona rosso-confuso di durata indefinita, e dovuta più alle mezze misure senza criterio del governo e all’irresponsabilità degli italiani-medi che alla contagiosità del virus. Non ti nascondo che in questo momento lo preferisco. Il recente ritorno a questa pseudo-normalità, complice anche la frustrazione che sto vivendo a scuola, è stato faticoso. Tornavo a casa esausto, fisicamente e mentalmente, e tu non c’eri a far evaporare questa gravità con la tua sola presenza. Ho invidiato, senza cattiveria, chi torna a casa e trova qualcuno ad aspettarli, mentre io non ho neanche un animale da compagnia (non ti sto paragonando ad un cane, comunque li amo i cani). Io non mi basto da solo, sono fatto così. Al contrario, mi sento motivato ad attivarmi per gli altri e con gli altri. A volte mi fermo a contemplare una scena immaginaria tra me e te: insieme al supermercato – tu mi leggi la lista della spesa seduto dentro al carrello, a studiare – tu aspetti che io capisca il tuo problema di matematica, a cucinare – tu che assaggi un po’ troppo durante la ricetta, se hai preso da tuo padre; momenti di condivisione che mi riscaldano. Lavorare da casa mi permette di riposare il corpo, ma non la mente e di certo non lo spirito. Questo isolamento favorisce il ritorno di fantasmi e una casa infestata non è il tipo di luogo in cui vuoi trovarti bloccato. Aveva ragione Aristotele, siamo animali sociali. Non fraintendere, sospiro anche per l’assenza di un’amicizia o di una relazione amorosa, però si tratta di sentimenti diversi, con te è un’altra storia. Credo sia un buon momento per dire qualcosa in più su questo desiderio che ho di te.

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Inizierò dicendo ciò che non è e che non sarà, perché è ciò che ha rischiato di essere. Mi spiego. La fantasia di essere papà mi accompagna da molto tempo (più o meno dall’adolescenza), ma inizialmente ero ispirato dai motivi sbagliati. Ci ho messo molto tempo a capire quante proiezioni interne e influenze esterne condizionassero questo desiderio e solo di recente il mio istinto paterno è stato accompagnato da una filosofia di vita consapevole. In un’epoca in cui avere figli è sempre più una scelta, credo che il minimo che possiamo fare è interrogarci sul perché vogliamo prenderci la responsabilità di mettere al mondo una nuova vita (considerando anche i mali del nostro tempo, come la sovrappopolazione, la crisi ambientale e TikTok). Ecco quindi la mia personale lista dei 7 motivi per cui né io né nessun altro dovrebbe diventare un genitore:

  1. Non lo farò per rimediare alla mia solitudine. È vero, non sarò più solo, ma questa è una conseguenza, non l’obiettivo. Quando verrà il momento ti lascerò andare. La mia solitudine deve essere risolta da me, non da te.
  2. Non lo farò per sentirmi completo. Non mi riferisco al completarsi a vicenda – quella è una bella cosa – ma alla sensazione di essere in difetto in assenza di figli. Dobbiamo realizzarci al di fuori del ruolo di genitore.
  3. Non lo farò affinché tu sia un’estensione di me stesso. Spero di riuscire a trasmetterti i miei valori, ma non tenterò di plasmarti a mia immagine. Sarai chi vorrai essere. Non voglio che tu sia come me, voglio che tu sia migliore di me.
  4. Non lo farò per riversare su di te le mie ambizioni non soddisfatte. Per me è abbastanza facile, perché ho avuto tante soddisfazioni. Avrai i tuoi interessi, i tuoi obiettivi e devi essere libero di fare le tue scelte.
  5. Non lo farò per soddisfare le aspettative della società. Rispetto massimo per chi sceglie di non avere figli. Zero rispetto per chi fa figli tanto per farli e poi viene meno al proprio ruolo di genitore, arrivando a forme più o meno gravi di abbandono o abuso.
  6. Non lo farò per risolvere i miei problemi di coppia. Chi mi conosce bene si farà una risata, è difficile avere problemi di coppia se la coppia non esiste. Almeno non ancora.
  7. Non lo farò per egoismo. Bisogna valutare che tipo di vita si può offrire ad un figlio. Se non si è pronti e disposti a dare il massimo, se rischiamo di esporli a sofferenza fisica o psicologica, meglio fare un passo indietro.

Quindi quali sono i motivi del sì? Penso che ognuno trovi il proprio percorso – imprenscindibile è l’amore – io posso parlare del mio. A me piace dare. Uno dei motivi principali per cui ho scelto di fare l’insegnante è perché amo trasmettere agli altri quello che ho imparato, aiutarli a crescere per diventare la versione migliore possibili di loro stessi. Credo nel progresso. Non quello tecnologico, sebbene sia collegato, ma quello del pensiero: l’umanità progredisce grazie a coloro che sono venuti prima di noi e se riusciamo a mantenere ciò che c’è di edificante e combattere ciò che c’è di distruttivo, possiamo sperare in un mondo sempre migliore; non per un dovere biologico, ma etico, morale. Sono un narratore. La mia immortalità non risiede nella possibilità della vita eterna o dell’aldilà, ma nella consapevolezza che la storia andrà avanti, e non si tratta solo della mia storia, ma di quella della nostra famiglia, dei nostri amici e tutti coloro che abbiamo incrociato nel nostro percorso; storie diverse, la mia non è la tua, eppure tutte parte di una tessitura senza principio e senza fine. Tu mi renderesti libero. Leggi questa riflessione tratta da un anime (da buon nerd sono per me fonte di saggezza insieme a manga, serie e film):

Ti sei mai chiesto perché è comune pensiero credere che gli uccelli siano delle creature libere? Anche se possono volare liberamente nel cielo, senza una terra da raggiungere, senza un posto in cui fermarsi a risposare le loro stanche ali, potrebbero anche pentirsi di possederle. L’essere davvero liberi, forse… L’essere davvero liberi forse consiste nell’avere un luogo dove poter tornare.

Koumyou Sanzo – Saiyuki

La vera libertà, sapere che c’è sempre un posto che puoi chiamare casa, c’è sempre qualcuno che ti aspetta, che ti accoglierà senza riserve. Ecco, quel qualcuno da cui io continuo a tornare, quel panorama famigliare perché nella sua imperfezione è unico e ti appartiene, in questa fase della mia vita per me sei tu. Spero che allo stesso modo saprò esserlo per te. La nostra famiglia intera. Se rimarrai un figlio che non c’è, troverò comunque un modo di essere libero, ma intanto, anche come pensiero, come sogno, mi permetti di volare.

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I discutibili metodi educativi di Dio

Quello del genitore è un ruolo assai difficile. Lo dico già ora che ancora padre non sono, e ci credo sinceramente. Ogni famiglia è una storia a sé, non mi permetto di giudicare nessuno, o quasi – c’è chi non dovrebbe averne di figli, ma questa è una polemica per un’altra volta. Tutti i genitori, anche i più attenti, non possono sperare di non commettere errori. Anche io ne avrò fatti e ne farò ancora con te, avremo dei conflitti e va bene così! Litigheremo, parleremo e ci perdoneremo. I contrasti fanno parte della crescita di tutti e in una visione enciclopedica sono anche una necessaria reazione chimica degli elementi generazionali che si mescolano e formano nuove soluzioni (al tuo papà è piaciuta questa metafora, ma non sa quasi nulla di chimica, è bene dirlo). Mi spiego meglio: nel corso del viaggio della vita (ecco, questa metafora è alla portata di tutti) riempiamo un bagaglio personale in base all’esperienza che facciamo della storia, della società e della cultura del nostro tempo. In parte ereditiamo un’idea del mondo dai nostri genitori, ma è soprattutto il confronto con gli altri che definisce il nostro modo di ordinare e giudicare la realtà (per questo tornerò a parlare dell’importanza di essere un’influenza positiva). Questa negoziazione di valori è quindi una parte del nostro percorso come civiltà umana ed è normale che avvenga anche attraverso la collisione tra due generazioni a confronto: genitori e figli. 

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Ora, per quanto arduo sia come “mestiere”, non ci vuole molto per metter su una cassetta degli attrezzi (scusa, oggi le metafore fioccano così). Quando ho cominciato ad approfondire la comunicazione non-violenta, ho appreso che è più facile capire le azioni degli altri se ne comprendiamo le necessità.

Behind every action there is a need

(NVC – Kommunikation for Livet).

Questa consapevolezza mi è stata utilissima durante il mio primo anno di insegnamento nella scuola elementare; durante il corso chiesi al mio istruttore come potevo coinvolgere di più i miei studenti nelle attività che preparavo per loro, lui mi chiese:

Gli hai mai spiegato perché gliele proponi?”
No…
Non puoi aspettarti che ti ascoltino se non sanno quanto siano importanti per te

Era un concetto semplice, forse troppo. Ebbi un momento di scetticismo. Era più facile concludere che i miei alunni erano insensibili e maleducati (e forse qualcuno di loro lo era pure), ma mi resi conto che stavo scegliendo la via facile. Provai a fare come quell’istruttore aveva suggerito e rimasi colpito nel vedere da subito un cambiamento positivo. Non è una formula magica – non ne esistono – però mi aiuta ancora oggi: quando in una classe vedo disinteresse o resistenza, provo a spiegare perché quel tema, quel film, libro o attività siano importanti per me. Funziona anche per le regole. Io spiego sempre il motivo delle mie decisioni e delle mie scelte ai miei alunni. Renderli parte del nostro modo di pensare li fa sentire valorizzati e gli consente di elaborare meglio una norma come qualcosa di necessario e condiviso, piuttosto che una imperscrutabile imposizione dall’alto. Non è difficile, ma purtroppo siamo abituati ad esercitare coercitivamente la nostra autorità, dall’inizio dei tempi. A proposito di imposizioni imperscrutabili che vengono dall’alto, prendiamo l’esempio di Dio, in un certo senso il primo genitore della storia (e più alto di così…). Ti ricordi l’episodio della mela?

Il Signore Dio diede questo comando all’uomo: «Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti»

(Genesi, 2,16-17)

Riepiloghiamo: Adamo riceve un ordine di cui non viene spiegata né l’importanza (per Dio), né la motivazione; in compenso gli viene prospettata una conseguenza terribile, che sappiamo essere anche falsa – se poi Dio avesse inteso un senso figurato, il povero Adamo non poteva certo capirlo; non sapeva neanche di essere nudo, figurati cogliere certe sottigliezze della lingua! Non finisce qui, quando Dio scopre di non essere stato obbedito (sulla base della cieca obbedienza e della paura della morte) qual è la sua reazione pacata e comprensiva? Condanna Adamo, Eva e la loro discendenza alla sofferenza terrena e li caccia via dall’Eden. Già, padre dell’anno. Chiariamo, non è una critica alla Bibbia, del resto la Genesi vuole spiegare l’origine dell’uomo, non concetti di pedagogia (sebbene vada di moda saccheggiare la Bibbia dove faccia comodo). Tuttavia è interessante notare che questo modo di pensare e agire è abbastanza comune, al punto che se oggi proponi ad un genitore o ad un insegnante di non ricorrere a punizioni e ricompense ti guarderà male. Pensiamo che l’imporre senza spiegare sia simbolo di forza e che il vero potere su un altro lo si ottiene intimidendoli. Eppure un altro modo c’è, credimi, a te in primis e meglio che ad altri saprò dimostrarlo. 

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Se questo discorso non ti sembra casuale è perché non lo è. Di recente, durante una riunione scolastica, ho espresso, in quanto mi è stato richiesto, il mio parere circa il modo corretto di rimediare ai crescenti comportamenti devianti degli studenti. Puoi immaginare cosa abbia proposto: ascolto, dialogo, coinvolgimento, richiesta di collaborazione basata sulla comprensione della richiesta, ecc. La risposta che ho ricevuto mi ha lasciato basito… In sintesi: “Non si danno spiegazioni, sono grandi e devono capire che ci sono le regole e devono rispettarle, fine della conversazione.” Un’idea del genere me la aspetto da qualcuno che non ha mai incontrato un adolescente in vita sua, non da chi è a capo della didattica di un’istituzione scolastica. Non è solo un’idea inefficace (e autodistruttiva), è anche anti-educativa, specialmente in un momento storico in cui siamo tutti più fragili e isolati.

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Kids don’t learn from people they don’t like

Dr. Rita Pierson

Questa idea (espressa durante un interessante TedTalk) andrebbe interpretata nel modo corretto, perché presa letteralmente non è sempre vera. Capisci però il senso generale: c’è bisogno di un contatto umano. Proprio la scuola che può fare da ponte sul campo minato delle crepe generazionali non può permettersi di tirarsi indietro nella sua missione educativa che può e deve essere all’avanguardia. Anzi, dovremmo fare di più. Sempre la Pierson, nello stesso discorso:

“Every child deserves a champion, an adult who will never give up on them, who understands the power of connection, and insists that they become the best that they can possibly be.”

Questa citazione è stata particolarmente significativa (e dolorosa) perché l’ho sentita nello stesso periodo in cui ho appreso della storia di Gabriel Fernandez (non so se te ne parlerò, forse in futuro). Io ho avuto persone così nella mia vita, crescendo; persone che hanno visto qualcosa in me o che hanno saputo instillarmi fiducia in me stesso. Non sono mai state presenze permanenti, anzi erano figure di passaggio nella maggior parte dei casi, però hanno fatto la differenza. Forse per questo io cerco di essere quel campione per i miei studenti. E vorrei esserlo anche per te. Con pazienza e dedizione, sbagliando e correggendomi, ascoltando e comunicando. E qualche volta, quando è necessario, ignorando chi è rimasto legato ai metodi del vecchio testamento.

Ritorno

Dice il proverbio, “Le disgrazie non vengono mai sole“. Durante l’isolamento per il Covid è cominciato il mal di denti, dovuto a un nervo infiammato. Per fortuna i danni non sono stati eccessivi e ho potuto risolvere appena sono risultato negativo. Sì, c’è questa novità: ho sconfitto il virus! Almeno per ora… I sintomi sono regrediti fino a scomparire. Dopo una settimana insonne per via del dente sono anche tornato a dormire la notte; insomma la ripresa è ufficiale, sono un sopravvissuto e tutto sommato mi è andata bene. Mi dispiace solo che in queste settimane non sia riuscito a scrivere (neanche a pulire la casa, ma è secondario). Ci ho provato, ma non ero soddisfatto della mia scrittura e alla fine ho lasciato perdere. Studiando sceneggiatura ti insegnano che quando l’ispirazione non viene, è inutile forzarla. La tristezza è spesso di grande ispirazione per gli artisti, ma a quanto pare il dolore e la privazione di sonno no. La voglia di scrivere e l’appetito non sono le uniche cose che sono tornate, anche il mio umore è migliorato da un giorno all’altro e nonostante la stanchezza sono stato felice di rivedere i miei studenti a scuola – e penso che lo stesso valga per molti di loro, anche quelli che non me lo hanno detto.

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Ora cosa succederà? Lo scoprirò un po’ alla volta, ma un piano ce l’ho (quanto mi piace pianificare…). Punto primo, il ritorno alla routine deve avvenire con calma e nel rispetto dei limiti comunicati dal corpo. Anche dopo aver ripreso in pieno tutte le mie attività quotidiane, non voglio correre. La salute va curata ogni giorno, non solo quando viene a mancare (questo si potrebbe dire di tante cose); quindi meno stress, meno pressione, meno negatività, meno persone che causano le soprammenzionate. Punto secondo, iniziare o mantenere alcune buone abitudini, collegate a ciò che ho sperimentato in questa quarantena: non si mangia davanti alla televisione (patatine e popcorn fanno eccezione), così da apprezzare sapori e odori; il sabato o la domenica si cucina qualcosa di speciale (non per forza elaborato, è per il piacere di farlo); ogni fine settimana un’uscita, non importa che sia per una passeggiata, un museo (quando apriranno nei fine settimana) o una visita ad amici, l’importante è entrare “dentro al mondo” e “non girargli intorno“, come dicono i Matia Bazar. Punto terzo, non accontentarsi di sopravvivere. Cominciare a cambiare le cose, subito. Avevo voglia di giocare a Dungeons and Dragons e mi sono unito ad un gruppo online, ogni domenica sera; sto mettendo da parte i soldi per un corso di design per giochi da tavolo che comincerà l’anno prossimo; mi sono fatto avanti con Still I Rise per capire se un giorno potrò insegnare in una delle loro scuole; sto partecipando ai corsi di formazione sull’affidamento familiare. Non posso più permettermi di aspettare di cominciare a vivere domani, sei vivo solo nell’oggi.

Oggi, ascoltando una raccolta di canzoni italiane, ho portato avanti un mio progetto per un musical (praticamente in stile Mamma Mia, ma con la musica italiana degli anni ’70-’80 al posto degli Abba), te lo dico perché nella storia ci sei anche tu (te l’ho detto che sei la mia ispirazione). Senza farti spoiler, nella storia attuale l’ultimo pezzo è tra padre e figlio sulle parole di “La forza della vita” di Paolo Vallesi.

E quando sentirai che afferra le tue dita
La riconoscerai, la forza della vita
Che ti trascinerà con sé
Non lasciarti andare mai

A volte è inutile farsi domande, finisci per farti troppi problemi, continuerai a rimandare per un “se” o per un “ma”; nel frattempo la vita passa e che cosa ti rimarrà tra le mani? Rimorsi. Bisogna avere misura nella vita, certo, non si può lasciarsi andare indiscriminatamente, ma per le cose che contano servono pochi grammi di saggezza. Agli scout mi dicevano “lascia il mondo un po’ migliore di come l’hai trovato“, una filosofia che cerco di applicare ancora. La verità, se esiste, è semplice.

Help each other. Love everyone. Every leaf. Every ray of light. Forgive

Mrs. O’Brien (The Tree of Life)
The tree of life (Malick, 2011)

Una volta che avrai il discernimento di ciò che è veramente importante, non esitare a essere libero. Io da buon papà che non c’è, comincerò da ora a darti il buon esempio. Se dovessi riassumere il mio messaggio per te, sarebbe questo: qualunque cosa tu faccia, fai del tuo meglio per vivere una vita senza rimpianti.

Nella salute e nella malattia

Quando giovedì ho cominciato a sentire fastidio alla gola, non ci ho dato molta importanza; sono stati i decimi di febbre in aumento l’indomani mattina a insospettirmi. Durante la giornata di venerdì la mia temperatura ha continuato a salire, lentamente ma inesorabilmente.

37,2. 37,6. Strana la febbre al mattino, di solito è la sera che mi sale. 37,9. 38,2. Ma è normale che salga così tanto per un mal di gola da poco? Sono a casa da mercoledì pomeriggio. 38,4. 38,7. No, c’è qualcosa che non va. Il mio corpo sta cercando di dirmi qualcosa.
E se fosse il Covid-19?

Ho prenotato un tampone rapido in farmacia e nell’attesa ho preso una Tachipirina. Ho dormito, raggomitolato a letto, la testa calda e pesante. La febbre è scesa di quasi un grado. Avevo sentito dire che la febbre non scende con il Covid, forse per questo mi sono convinto che fosse una normale influenza. Il risultato del tampone tardava ad arrivare, così ho chiamato io.

“Sì, è positivo”, ha detto la farmacista con molta tranquillità.
“… Ah”, ho risposto io dopo una pausa di silenzio.

E così, a distanza di un anno circa dalla diffusione del virus in Italia, sono diventato un pezzo di storia. Sarò tra quelli che potranno dire “Eh sì, la pandemia del 2020, io me la sono beccata” – certo, non è la stessa cosa di poter dire “Woodstock 1969, io c’ero”, ma per ora questo passa il convento. Sabato è cominciata la tosse, domenica ho perso gradualmente prima il senso dell’olfatto, poi la percezione dei sapori, lunedì è cominciata l’astenia. Un’esperienza un po’ da VIP, se ci pensi: ne hai sentito parlare di continuo, per mesi, e ora lo stai vivendo tu, in prima persona; tutti quei sintomi si manifestano, uno dopo l’altro, precisi e prevedibili come una fatalità. Li osservi, li studi, li cataloghi come un ricercatore che si trova finalmente di fronte al reperto che finora aveva visto solo in foto. Poi realizzi che sta succedendo davvero: sei stato contagiato. Rimani all’erta, perché non sai cosa può cambiare da un giorno all’altro. Il saturimetro, di cui privi sconoscevi il nome, diventa il tuo droide da compagnia. Comincia l’isolamento.

Sono stato fortunato, la mia respirazione non è stata intaccata. Sto male, ma non corro rischi. Come sai, non a tutti è andata così bene. Questa sarebbe potuta essere una storia che non c’è mai stata, finita prima di cominciare. Non posso fare a meno di pensarci. La malattia fa paura, sia quando non sai cosa aspettarti, sia quando sai esattamente cosa ti aspetta. Eppure, se si supera è presto dimenticata. Lo sapevi che solo una percentuale minima di pazienti tornano per ringraziare i dottori che li hanno aiutati? Ci saranno motivazioni psicologiche, ci sarà chi pensa che, in fondo, è il loro lavoro (sorvoliamo), ci sarà chi non ci pensa affatto, ma comunque la vogliamo vedere, non rivela forse una profonda ingratitudine? I dottori ci sono abituati, gli infermieri forse più di loro. È giusto? In nostra difesa c’è da dire che è nella natura umana rifuggire il dolore, vogliamo lasciarci nel passato tutto, il più in fretta possibile. Però quando comincia il malessere, non rimpiangiamo subito ogni singolo minuto che avremmo potuto passare in piedi, senza sforzi, senza sapori amari, senza costrizioni? Solo per poi ritrovarci, a infermità terminata, stressati e sommersi di impegni inutili e faccende idiote. Non apprezziamo i nostri medici e non apprezziamo neanche la nostra stessa salute, che si riduce all’assenza di malessere. Invece la salute è la celebrazione momentanea di una benedizione duratura, è uno stato emotivo-psicologico che va curato tanto quanto il fisico. Mens sana in corpore sano. Io ci vedo anche qualcosa di spirituale: la malattia è una forza spietata che con il suo decadimento vuole la nostra fine prematura, la salute afferma il nostro legame con la vita, il nostro diritto e la nostra lotta nell’affermare la nostra esistenza. È bello essere vivi, ma sai cos’è meglio? Sentirsi vivi. In questo momento respiro a pieni polmoni, chiudo gli occhi per sentire il calore del mio corpo, ascolto il battito del mio cuore. Non c’è bisogno di imbambolarsi per ore al giorno, con musica meditativa e diffusori di aromi (anche se male non fa, anzi), basta fermarsi un momento al giorno per ricordare a noi stessi: “va tutto bene, sei qui, sei vivo, smettila di rompere”.

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Anni fa sono stato operato, era la mia prima importante operazione chirurgica. Dovetti aspettare qualche giorno per ricoverarmi e nel frattempo mi venne una brutta infiammazione. Passavo giorno e notte in preda ad un dolore che mi lacerava dall’interno, che mi impediva di dormire e a volte anche di pensare; pensandoci in seguito mi sono meravigliato di come fossi riuscito a sopportarlo. Quella sofferenza mi ha cambiato (forse troppo). Sentivo radicarsi in me una presa di coscienza personale: esiste già troppo dolore nel mondo, il minimo che potevo fare era evitare di causarne di più. Di solito si dichiara guerra, io dichiarai pace all’umanità. Bello, ma semplicistico. Ero ancora emotivamente scosso, il mio pensiero peccava di ingenuità e successivamente ne ho pagate le conseguenze – ma questa è un’altra storia. C’è stata invece un’altra realizzazione che trovo condivisibile ancora oggi: è facile dimenticare chi sta male. Io ne sono uscito dopo un paio di mesi, ma ci sono persone che devono affrontare questi patimenti per anni, se non la maggior parte della propria vita. Si tratta di empatia: ricordiamoci cosa vuol dire stare male e abbiamo compassione per chi non è in salute come noi. Chi sta bene, chi è in forze, chi non è impegnato a curare, a maggior ragione ha il dovere morale di rispettare la dignità umana degli altri, di dare priorità alla salvaguardia della salute, di non lasciare che nessun malanno scivoli nell’oblio. Impariamo da questa pandemia. Non dimentichiamo i nostri eroi, dottori e infermieri, non sottovalutiamo la sofferenza degli altri, non abbandoniamo i nostri contagiati, non ignoriamo i sacrifici che vanno fatti per proteggerci a vicenda, apprezziamo la possibilità di arricchire invece di immiserire le vite degli altri, godiamoci la socialità (anche a piccole dosi va bene), ricordiamoci di cosa ha significato rinunciare alla libertà e al tempo per tornare ad apprezzare in modo nuovo quando la crisi sarà passata.

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Pensiamoci ora, mentre siamo lucidi, sani, attivi. Quanto è più difficile ragionare e agire quando siamo malati, con le nostre facoltà mentali intorpidite. Quando il corpo cede, la mente rischia di seguirlo: non vale la pena opporsi, di fronte al dolore tutto sembra insignificante e vano. Così è facile lasciarsi andare allo sconforto, specialmente se si è soli e fragili. Ancora una volta, pensare a te mi conforta. La tua storia dipende dalla mia, come potrei mai arrendermi? Devo darmi da fare per guarire. Tante persone mi hanno espresso la loro vicinanza (simbolica ovviamente) e l’ho molto apprezzato. Ecco un piccolo piacere in un momento del genere, concedersi una pausa, prendersi cura di sé. Mi faccio forza, mi sprono, mi accarezzo la testa… l’altro giorno ho persino mangiato immaginando di imboccarmi da solo (ma forse era delirio febbrile). Una cioccolata calda e dei biscotti da assaporare al calduccio di una coperta (se solo sentissi ancora i sapori). Tuo nonno nei miei ricordi non è mai stato ammalato e per questo lo invidio. Nella mia immaginazione mi vedo anche io così: da papà non mi ammalerò mai, per potermi prendere cura di te. Ci sarò io a starti vicino quando ti ammalerai; potrò stringerti la mano, baciarti la fronte, rimboccarti le coperte, aiutarti a bere, forse canterò pure – così la malattia si metterà paura – e rimarrò seduto a bordo del tuo letto per tutto il tempo che servirà a farti sentire al sicuro. Perché alla fine si tratta di questo. Non importa chi siamo, non importa cosa pensiamo: quando perdiamo la salute vogliamo solo che qualcuno da qualche parte ci dica che andrà tutto bene.