Un eroe

Scusa la lunga pausa. Se potessi vedere i piatti che si sono accumulati nel lavello della cucina, le dune di vestiti sui mobili della camera da letto e i libri accatastati sul tavolo del soggiorno, ti darebbero un’idea immediata del mio stato d’animo recente; metafora di una routine che non lascia spazio o energie per prendersi cura di sé e della casa, e non va bene. Se ci fossi tu in questo appartamento come mi giustificherei? Hai diritto, ed è mio compito garantirtelo, ad avere un posto da chiamare casa. Un luogo accogliente e sicuro, la tua tana dove rifugiarti e crescere finché sarai pronto per il mondo selvaggio che ti aspetta fuori. Esiste un disordine “creativo”, ma non è questo. Questo è caos, è sintomo di un malessere interiore, è un subdolo richiamo all’annichilamento. Io oggi mi sono opposto: mi sono visto davanti ad un immaginario tsunami di calzini, padelle e scatolame mentre gridavo “Tu non mi seppellirai!”.

Sto esagerando, non è niente di così esagerato. Ho visto di peggio. Ho pensato a chi vive in mezzo al degrado vero e naturalmente mi sono intristito (malebenedetta empatia). Li immagino quei bambini, in baracche e ghetti, per i quali la sporcizia, la confusione e la sregolatezza sono un habitat naturale. Sì, esistono genitori (indegni di questo ruolo) che sono responsabili per aver creato degli antinido, ma probabilmente anche loro vengono da realtà simili, non hanno mai conosciuto di meglio, non hanno mai ricevuto l’aiuto necessario ad uscirne. Una malattia sociale che viene ereditata, figli che non conosceranno amore, non riceveranno quel poco di solidarietà che possa offrire loro un altro percorso al bivio delle opportunità.

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Per questi figli della violenza è una lotta di sopravvivenza e troppo spesso la scelta è adeguarsi o perire. Ci sono anche genitori per bene che sono stati travolti loro malgrado dall’onda impietosa di quello che noi chiamiamo “progresso” (Verga docet), questa corsa folle e inutile che promette falsi traguardi di comfort e felicità ai pochi che si trovano a bordo, incurante dei corpi che deve investire per proseguire. Pensa che sofferenza per quelle famiglie che sono costrette a veder crescere i figli in una baraccopoli o nella tenda di un campo profughi (altro motivo per stimare e supportare Still I Rise). Luoghi disumani che generano altra disumanità. Sono veramente tanti quelli che hanno bisogno.

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Ti ricordi la scena in cui il professor Xavier “vede” le persone attraverso Cerebro in X-men 2? Ecco, la sensazione è quella, ma invece delle luci rosse dei mutanti, io vedo gli spiriti resilienti della gente di buon cuore che soffre. E vorrei aiutarli, vorrei aiutarli tutti. Questo è un altro mio difetto, che farò in modo di non passarti. Io voglio sempre salvare tutti. Non è possibile, ma io ci credo lo stesso, non riesco a lasciare andare l’idea. Se solo potessi vivere più di una vita, o una vita estremamente lunga, andrei in giro per il mondo per intervenire in ogni scuola, in ogni casa abbandonata, in ogni comunità in difficoltà. Sono forse un megalomane, e una mania di onnipotenza forse è questa. Non lo so, però in questi casi provo a immaginare di avere di fronte me stesso, come se fossi un’altra persona, e rifletto su quale consiglio gli darei. Gli direi “non serve, smetti di caricarti sulle spalle il peso di tutto, non sei Atlante. Non è compito del singolo risolvere ogni problema. Fai del bene, aiuta chi hai vicino a te e insegna agli altri a fare altrettanto, è così che potremo guarire l’umanità”. Mi vengono in mente le parole del Talmud, il testo sacro dell’ebraismo (che io però conosco attraverso Schindler’s List):

Chi salva una vita salva il mondo intero.

Salvare una persona non significa necessariamente sottrarla ad un pericolo mortale, almeno non direttamente. A volte basta un gesto di gentilezza, un atto di altruismo, una spalla su cui piangere, una mano da afferrare per rialzarsi. L’effetto di riverbero di una singola buona azione può espandere increspature virtuose anche attraverso le generazioni.

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Sono comunque tentato di fare un tour per l’Italia, per combattere il bullismo e l’emarginazione in ogni scuola, ma è un progetto talmente complesso che non ho proprio idea di come potrei renderlo possibile. Tuttavia, se tu non dovessi arrivare, potrebbe aggiungersi ai miei sogni nel cassetto (l’altro è aprire una scuola mia, poi te ne parlerò). Fino ad allora, devo imparare ad apprezzare il poco che riesco a fare giorno per giorno. Non siamo titani, non siamo dei, non abbiamo dei superpoteri, ma che importa? Se riusciremo a cambiare in meglio la vita di anche una sola persona, saremo a tutti gli effetti degli eroi. Nelle parole di un noto scrittore:

Forse per il mondo sei solo una persona, ma per qualche persona sei tutto il mondo.

Gabriel García Márquez

L’insegnamento è tutto

Tra le abitudini sane che sto riuscendo a mantenere c’è quella di non usare l’ascensore. Il tuo papà che non c’è, da buon nerd, ha avversione per tutte le attività fisiche. Sembra una sciocchezza, ma quei quattro piani a piedi fanno bene al corpo e diventano una pausa di riflessione (se non ti distrai gli scalini sembrano non finire mai). Per esempio, qualche tempo fa, iniziata la prima rampa, mi sono soffermato sul fatto che non tocco mai il portone del palazzo a mani nude – un gesto ormai abitudinario. Perché lo faccio? In teoria dovrebbe essere sicuro per via delle misure igieniche, però non puoi mai sapere se chi lo ha toccato prima di te ha mancato al proprio dovere – sul momento mi ero risposto meno elegantemente. Qualche gradino più su ho realizzato che stavo giudicando troppo in fretta; queste “mancanze” devono pur provenire da qualche parte… È naturale che non tutti ricevano la stessa educazione, e a parità di educazione non tutti hanno le stesse priorità (detta diversamente: c’è chi se ne frega beatamente). Per non parlare delle influenze esterne. Ancora qualche scalino, sono a metà percorso. Possibile che dopo tutti questi secoli non si sia ancora affermata una consapevolezza condivisa? Il volto cambia, ma lo specchio del tempo rimane lo stesso e il suo riflesso ci dice che siamo quanto c’è di sbagliato nel mondo. Abbiamo solo da perderci nel fare scelte fondate sull’egoismo, eppure l’egoismo regna sovrano. A ben vedere, però, chi dovrebbe insegnarlo? Non è una prospettiva socio-culturale accessibile a chiunque. Alcuni gradini di silenzio. Sapere insegnare, il giusto nel modo giusto. Poter rinforzare una buona educazione, raddrizzarla quanto basta o combatterla quando occorre. Accompagnare verso la conoscenza, ispirare creatività, costruire il carattere, infondere fiducia, aprire nuovi orizzonti. Che potere immenso e sottovalutato: poter cambiare la storia, saper comunicare il presente, preparare alle sfide del futuro e dare in eredità il mondo. L’ultimo gradino, ecco la porta di casa. Tutto può cambiare, so che questo è vero.

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I problemi del nostro tempo sembrano radicati e insuperabili. Mi chiedo se ci sia mai stata una generazione che l’abbia pensata diversamente. Come cambia il mondo? Una persona alla volta. È un piccolo miracolo: se potessi vedere tutte le persone del mondo riunite, formerebbero davanti a te un mare informe e senza individualità; in mezzo alle onde sarebbe facile per una persona lasciarsi trascinare e solo i suoi vicini gli sembrerebbero importanti; poi qualcuno si erge sopra i flutti, si guarda intorno, una brezza sconosciuta giunge ai suoi orecchi e i suoi occhi raccolgono riflessi lontani; allora vede che non esiste un inizio, né una fine, non ci sono confini, non ci sono differenze, vede solo tanta umanità; così cerca di fare alzare lo sguardo a chi ha attorno per condividere questa scoperta, ma sono tutti troppo abituati a quella corrente, cambiare costa fatica e fa paura; quella persona ora si sente più piccola, a volte pensa di smettere di lottare e lasciarsi andare verso il fondo… finché non avvista un’altra figura che si solleva nella distanza; e i due si guarderanno fissi negli occhi e anche se per un istante, anche se divisi, anche se lontani avranno il conforto di sapere che non sono soli. C’è una nuova coscienza. Questo fenomeno come processo spontaneo è lento, si costruisce poco alla volta, poi all’improvviso accelera, sboccia e si espande. La storia è piena di momenti di presa di coscienza collettivi. Perché lasciarli a sé stessi? Abbiamo questa capacità incredibile di apprendere. Impariamo a insegnare, valorizziamo e miglioriamo la scuola, diamo ai nuovi arrivati le chiavi per un futuro sempre migliore. Si fa presto ad accusare genitori e insegnanti di inadeguatezza, andrebbero invece guidati, formati e supportati. Un paese che non scommette sul futuro è un morto che cammina – e non andrà lontano.

https://www.stillirisengo.org

A mio modo di vedere, non c’è problema piccolo o grande che non possa essere risolto da una valida educazione e un bravo insegnante, ed entrambi non avvengono per caso. Credo fermamente nella capacità dell’istruzione di poter cambiare il mondo e per fortuna non sono il solo. Una società veramente democratica offre istruzione di qualità a tutti. Anche io ho trovato conforto nell’esistenza di spiriti affini. Uno sguardo che ha incontrato il mio su quel mare umano appartiene ad una associazione meravigliosa che risponde al nome di Still I Rise. Se hai capito quanto ho detto finora, non ti giungerà come una sorpresa se affermo che l’insegnamento può risollevare una intera società. Ci sono paesi afflitti dalla guerra, intralciati dai conflitti, ostacolati da scelte fatte da persone di un’altra epoca o di un’altra appartenenza. Chi nasce in quei paesi non merita meno felicità di noi, solo per essere nata al di là di una linea immaginaria. Partono svantaggiati nella corsa verso una vita dignitosa, ma è un divario che si può colmare. Mandare soldi affinché una mano anonima sfami un bambino ritratto in condizioni disumane, aiuta solo i nostri sensi di colpa. Il cibo è importante, ma non basta: quel bambino domani avrà di nuovo fame e dipenderà ancora dalla nostra “carità”. Per fare la differenza dobbiamo dare loro gli strumenti per scegliersi e costruirsi un futuro libero. Still I Rise apre scuole dove ce n’è più bisogno; offre protezione e istruzione di alta qualità agli ultimi degli ultimi – l’intelligenza non conosce povertà, in compenso la ricchezza sguazza nell’ignoranza. Siamo tutti connessi, il loro successo sarà il nostro, così come la loro sconfitta sarebbe la sconfitta di tutti.

«Agisci in modo da trattare l’umanità, nella tua persona così come nella persona di ogni altro, sempre come un fine e mai come un mezzo».

I. Kant

Per una volta mi rivolgo direttamente a te lettore. Spero di averti portato con me lungo questa scalinata e di essere riuscito con le mie parole a convincerti di quanto tu sia importante per incoraggiare un cambiamento di coscienza globale. Sul loro sito potrai trovare informazioni su tutti i loro progetti e le possibilità che hai di supportare le loro scuole. Cambiamo il mondo, oggi, insieme.

https://www.stillirisengo.org/it/sostienici/

Ricette di famiglia

Un’altra settimana di isolamento e didattica a distanza è passata. Ormai si va avanti a benedizioni, chi per grazia divina, chi grazie al protettore degli esauriti di testa: il paracetamolo (la lista di salvatori sarebbe lunga e varia da persona a persona). Pesano particolarmente questi giorni, da un lato perché è richiesto uno sforzo mentale molto alto, dall’altro perché lo stress e la stanchezza si accumulano, con poche possibilità di recupero o sfogo. Penso che abbia giocato a mio sfavore anche la memoria del mio corpo, che avrà ricollegato questa esperienza al recente contagio e al lockdown dell’anno scorso. Non sono mai stato un tipo ansioso, ma in questi giorni ho sofferto di una leggera aritmia al cuore che ho scoperto chiamarsi extrasistole. Tranquillo non credo sia ereditaria ed è stata palesemente di natura psicologica. Sentivo di essere in un perenne stato di allerta e anche le cose più ridicole (il suono del citofono, il dubbio di aver risposto ad una e-mail, la menzione del nome della dirigente scolastica) avevano il potere di angosciarmi, dandomi quell’occasionale tuffo al cuore. A volte proprio a caso. L’ansia scorre forte nella nostra famiglia… (dal lato di tuo nonno), ma credimi che lotto con costanza per non cedere al lato oscuro. Purtroppo in questo caso era fuori dal mio controllo razionale. Mi hanno aiutato a uscirne la respirazione, la valeriana e la formula magica di mia nonna: “futtitinne”; me lo diceva sempre quando mi vedeva preoccupato o giù di morale e mi fa bene dirmelo da solo qualche volta perché nessun lavoro vale la tua salute, fisica o mentale.

Per aiutarmi a uscire da questa sensazione di oppressione mi sono anche concentrato sul presente, su consiglio di mia madre. Ho pensato a cose semplici e piacevoli che potessero riempire le mie giornate per dar loro un senso e distrarmi da zone rosse e donne incinte (sorvoliamo). In fondo era uno degli obiettivi di questo blog, parlare della mia vita di tutti i giorni. Questo mi ricorda anche che l’idea iniziale era di pubblicare foto originali scattate da me, catturate nel quotidiano. Purtroppo in questi mesi non c’è molto da fotografare. Le foto di copertina sono mie, scattate dal cellulare, l’obiettivo è di usare solo foto di qualità originali – nota a me stesso: quando saremo liberi devo sguinzagliare la mia Canon.

Non tutte le ciambelle riescono col buco. Io non ho proprio lo stampo.

Tornando all’argomento del giorno, nella mia lista c’era, tra le altre cose: fare una ciambella. Non che sia la prima volta, ma è una di quelle buone abitudini che voglio mantenere. Del resto è una lezione di vita che ci ha involontariamente lasciato il Covid: imparare ad apprezzare l’essere autonomi. Durante il lockdown ci siamo improvvisati tutti chef. Non solo per il piacere di mangiare qualcosa preparato con le nostre mani, anche per l’impatto positivo sulla salute (i prodotti confezionati sono pieni di porcherie) e sull’ambiente (la mia ispirazione è nata da lì, per evitare gli sprechi degli involucri di carta e plastica).

C’è di più. Anche se la ricetta originale che sto seguendo l’ho presa da internet, nel tempo l’ho modificata a modo mio (il tuo papà che non c’è al momento segue una dieta particolare, poi ti racconto). C’è quindi un tocco personale, creativo e… mentre preparavo, misuravo e impastavo, mi sono accorto che nei miei gesti, nelle mie decisioni, nei miei movimenti ritrovavo quelli di mia madre, che ho assorbito senza rendermene conto nelle decine di volte in cui l’ho osservata in cucina. Mi è venuto in mente lavando un cucchiaino, pensa. Ho immaginato te che mi chiedi “Perché lo lavi adesso?”, ed io a te “Sai, la nonna fa sempre così, lava le cose un poco alla volta, così non si accumulano” – e non ci prendiamo un infarto quando ci troviamo di fronte ad una pila di piatti sporchi.

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Tua nonna mi ha trasmesso anche l’amore per l’ordine (che per me a volte sfocia in piccoli atteggiamenti ossessivo-compulsivi). Questo non ha fatto di me una persona sempre ordinata, perché, mi sono reso conto, a volte lascio un ambiente in disordine intenzionalmente, è un modo inconscio, animalesco se vuoi, che ho di esprimere un disagio che vivo – sarò sincero, alle volte è solo perché so essere pigro da far schifo. Di conseguenza mettere a posto diventa terapeutico e cucinare equivale a ricordare e portare avanti una tradizione vuol dire non lasciar morire.

Anche se tecnicamente non è una ricetta di famiglia, di fatto la famiglia c’è; si insinua non vista nel nostro sistema nervoso, mescola ricordi e identità, e il cibarsi dal celebrare. C’è sempre un motivo per celebrare, e il cibo aiuta. Tramite me c’è una tradizione che va avanti, un passaggio di testimone che spero di continuare. Sembra terribilmente melenso, ma è vero: l’ingrediente segreto è l’amore. Da ragazzo non mi capacitavo come la cucina di mia nonna (la tua bisnonna) potesse essere così buona per me e così indecente per mio nonno, finché ho avuto la realizzazione: non erano la stessa cosa! Lei era felice di cucinare per i nipoti, tanto quanto detestava cucinare per il marito e questo faceva la differenza. Da lei ho anche ereditato la ricetta della sua impanata (che tu avrai già avuto modo di assaggiare), quella davvero una ricetta di famiglia (semplicissima, eh) che è stata tramandata a me e che spero di tramandare a mia volta. Io cerco di cucinare sempre tenendo a mente le persone con cui voglio condividere il pasto. Non vedo l’ora che ci sia anche tu, come aiutante o come assaggiatore. Si dice che non ci sia niente di meglio della cucina di mamma: gli odori, i sapori, le abitudini con cui siamo cresciuti, certo, ma che ci sono arrivati con quella chiara sensazione di protezione e cura dell’affetto materno. O paterno.

Un luogo a cui fare ritorno

Siamo di nuovo chiusi in casa. Una zona rosso-confuso di durata indefinita, e dovuta più alle mezze misure senza criterio del governo e all’irresponsabilità degli italiani-medi che alla contagiosità del virus. Non ti nascondo che in questo momento lo preferisco. Il recente ritorno a questa pseudo-normalità, complice anche la frustrazione che sto vivendo a scuola, è stato faticoso. Tornavo a casa esausto, fisicamente e mentalmente, e tu non c’eri a far evaporare questa gravità con la tua sola presenza. Ho invidiato, senza cattiveria, chi torna a casa e trova qualcuno ad aspettarli, mentre io non ho neanche un animale da compagnia (non ti sto paragonando ad un cane, comunque li amo i cani). Io non mi basto da solo, sono fatto così. Al contrario, mi sento motivato ad attivarmi per gli altri e con gli altri. A volte mi fermo a contemplare una scena immaginaria tra me e te: insieme al supermercato – tu mi leggi la lista della spesa seduto dentro al carrello, a studiare – tu aspetti che io capisca il tuo problema di matematica, a cucinare – tu che assaggi un po’ troppo durante la ricetta, se hai preso da tuo padre; momenti di condivisione che mi riscaldano. Lavorare da casa mi permette di riposare il corpo, ma non la mente e di certo non lo spirito. Questo isolamento favorisce il ritorno di fantasmi e una casa infestata non è il tipo di luogo in cui vuoi trovarti bloccato. Aveva ragione Aristotele, siamo animali sociali. Non fraintendere, sospiro anche per l’assenza di un’amicizia o di una relazione amorosa, però si tratta di sentimenti diversi, con te è un’altra storia. Credo sia un buon momento per dire qualcosa in più su questo desiderio che ho di te.

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Inizierò dicendo ciò che non è e che non sarà, perché è ciò che ha rischiato di essere. Mi spiego. La fantasia di essere papà mi accompagna da molto tempo (più o meno dall’adolescenza), ma inizialmente ero ispirato dai motivi sbagliati. Ci ho messo molto tempo a capire quante proiezioni interne e influenze esterne condizionassero questo desiderio e solo di recente il mio istinto paterno è stato accompagnato da una filosofia di vita consapevole. In un’epoca in cui avere figli è sempre più una scelta, credo che il minimo che possiamo fare è interrogarci sul perché vogliamo prenderci la responsabilità di mettere al mondo una nuova vita (considerando anche i mali del nostro tempo, come la sovrappopolazione, la crisi ambientale e TikTok). Ecco quindi la mia personale lista dei 7 motivi per cui né io né nessun altro dovrebbe diventare un genitore:

  1. Non lo farò per rimediare alla mia solitudine. È vero, non sarò più solo, ma questa è una conseguenza, non l’obiettivo. Quando verrà il momento ti lascerò andare. La mia solitudine deve essere risolta da me, non da te.
  2. Non lo farò per sentirmi completo. Non mi riferisco al completarsi a vicenda – quella è una bella cosa – ma alla sensazione di essere in difetto in assenza di figli. Dobbiamo realizzarci al di fuori del ruolo di genitore.
  3. Non lo farò affinché tu sia un’estensione di me stesso. Spero di riuscire a trasmetterti i miei valori, ma non tenterò di plasmarti a mia immagine. Sarai chi vorrai essere. Non voglio che tu sia come me, voglio che tu sia migliore di me.
  4. Non lo farò per riversare su di te le mie ambizioni non soddisfatte. Per me è abbastanza facile, perché ho avuto tante soddisfazioni. Avrai i tuoi interessi, i tuoi obiettivi e devi essere libero di fare le tue scelte.
  5. Non lo farò per soddisfare le aspettative della società. Rispetto massimo per chi sceglie di non avere figli. Zero rispetto per chi fa figli tanto per farli e poi viene meno al proprio ruolo di genitore, arrivando a forme più o meno gravi di abbandono o abuso.
  6. Non lo farò per risolvere i miei problemi di coppia. Chi mi conosce bene si farà una risata, è difficile avere problemi di coppia se la coppia non esiste. Almeno non ancora.
  7. Non lo farò per egoismo. Bisogna valutare che tipo di vita si può offrire ad un figlio. Se non si è pronti e disposti a dare il massimo, se rischiamo di esporli a sofferenza fisica o psicologica, meglio fare un passo indietro.

Quindi quali sono i motivi del sì? Penso che ognuno trovi il proprio percorso – imprenscindibile è l’amore – io posso parlare del mio. A me piace dare. Uno dei motivi principali per cui ho scelto di fare l’insegnante è perché amo trasmettere agli altri quello che ho imparato, aiutarli a crescere per diventare la versione migliore possibili di loro stessi. Credo nel progresso. Non quello tecnologico, sebbene sia collegato, ma quello del pensiero: l’umanità progredisce grazie a coloro che sono venuti prima di noi e se riusciamo a mantenere ciò che c’è di edificante e combattere ciò che c’è di distruttivo, possiamo sperare in un mondo sempre migliore; non per un dovere biologico, ma etico, morale. Sono un narratore. La mia immortalità non risiede nella possibilità della vita eterna o dell’aldilà, ma nella consapevolezza che la storia andrà avanti, e non si tratta solo della mia storia, ma di quella della nostra famiglia, dei nostri amici e tutti coloro che abbiamo incrociato nel nostro percorso; storie diverse, la mia non è la tua, eppure tutte parte di una tessitura senza principio e senza fine. Tu mi renderesti libero. Leggi questa riflessione tratta da un anime (da buon nerd sono per me fonte di saggezza insieme a manga, serie e film):

Ti sei mai chiesto perché è comune pensiero credere che gli uccelli siano delle creature libere? Anche se possono volare liberamente nel cielo, senza una terra da raggiungere, senza un posto in cui fermarsi a risposare le loro stanche ali, potrebbero anche pentirsi di possederle. L’essere davvero liberi, forse… L’essere davvero liberi forse consiste nell’avere un luogo dove poter tornare.

Koumyou Sanzo – Saiyuki

La vera libertà, sapere che c’è sempre un posto che puoi chiamare casa, c’è sempre qualcuno che ti aspetta, che ti accoglierà senza riserve. Ecco, quel qualcuno da cui io continuo a tornare, quel panorama famigliare perché nella sua imperfezione è unico e ti appartiene, in questa fase della mia vita per me sei tu. Spero che allo stesso modo saprò esserlo per te. La nostra famiglia intera. Se rimarrai un figlio che non c’è, troverò comunque un modo di essere libero, ma intanto, anche come pensiero, come sogno, mi permetti di volare.

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I discutibili metodi educativi di Dio

Quello del genitore è un ruolo assai difficile. Lo dico già ora che ancora padre non sono, e ci credo sinceramente. Ogni famiglia è una storia a sé, non mi permetto di giudicare nessuno, o quasi – c’è chi non dovrebbe averne di figli, ma questa è una polemica per un’altra volta. Tutti i genitori, anche i più attenti, non possono sperare di non commettere errori. Anche io ne avrò fatti e ne farò ancora con te, avremo dei conflitti e va bene così! Litigheremo, parleremo e ci perdoneremo. I contrasti fanno parte della crescita di tutti e in una visione enciclopedica sono anche una necessaria reazione chimica degli elementi generazionali che si mescolano e formano nuove soluzioni (al tuo papà è piaciuta questa metafora, ma non sa quasi nulla di chimica, è bene dirlo). Mi spiego meglio: nel corso del viaggio della vita (ecco, questa metafora è alla portata di tutti) riempiamo un bagaglio personale in base all’esperienza che facciamo della storia, della società e della cultura del nostro tempo. In parte ereditiamo un’idea del mondo dai nostri genitori, ma è soprattutto il confronto con gli altri che definisce il nostro modo di ordinare e giudicare la realtà (per questo tornerò a parlare dell’importanza di essere un’influenza positiva). Questa negoziazione di valori è quindi una parte del nostro percorso come civiltà umana ed è normale che avvenga anche attraverso la collisione tra due generazioni a confronto: genitori e figli. 

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Ora, per quanto arduo sia come “mestiere”, non ci vuole molto per metter su una cassetta degli attrezzi (scusa, oggi le metafore fioccano così). Quando ho cominciato ad approfondire la comunicazione non-violenta, ho appreso che è più facile capire le azioni degli altri se ne comprendiamo le necessità.

Behind every action there is a need

(NVC – Kommunikation for Livet).

Questa consapevolezza mi è stata utilissima durante il mio primo anno di insegnamento nella scuola elementare; durante il corso chiesi al mio istruttore come potevo coinvolgere di più i miei studenti nelle attività che preparavo per loro, lui mi chiese:

Gli hai mai spiegato perché gliele proponi?”
No…
Non puoi aspettarti che ti ascoltino se non sanno quanto siano importanti per te

Era un concetto semplice, forse troppo. Ebbi un momento di scetticismo. Era più facile concludere che i miei alunni erano insensibili e maleducati (e forse qualcuno di loro lo era pure), ma mi resi conto che stavo scegliendo la via facile. Provai a fare come quell’istruttore aveva suggerito e rimasi colpito nel vedere da subito un cambiamento positivo. Non è una formula magica – non ne esistono – però mi aiuta ancora oggi: quando in una classe vedo disinteresse o resistenza, provo a spiegare perché quel tema, quel film, libro o attività siano importanti per me. Funziona anche per le regole. Io spiego sempre il motivo delle mie decisioni e delle mie scelte ai miei alunni. Renderli parte del nostro modo di pensare li fa sentire valorizzati e gli consente di elaborare meglio una norma come qualcosa di necessario e condiviso, piuttosto che una imperscrutabile imposizione dall’alto. Non è difficile, ma purtroppo siamo abituati ad esercitare coercitivamente la nostra autorità, dall’inizio dei tempi. A proposito di imposizioni imperscrutabili che vengono dall’alto, prendiamo l’esempio di Dio, in un certo senso il primo genitore della storia (e più alto di così…). Ti ricordi l’episodio della mela?

Il Signore Dio diede questo comando all’uomo: «Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti»

(Genesi, 2,16-17)

Riepiloghiamo: Adamo riceve un ordine di cui non viene spiegata né l’importanza (per Dio), né la motivazione; in compenso gli viene prospettata una conseguenza terribile, che sappiamo essere anche falsa – se poi Dio avesse inteso un senso figurato, il povero Adamo non poteva certo capirlo; non sapeva neanche di essere nudo, figurati cogliere certe sottigliezze della lingua! Non finisce qui, quando Dio scopre di non essere stato obbedito (sulla base della cieca obbedienza e della paura della morte) qual è la sua reazione pacata e comprensiva? Condanna Adamo, Eva e la loro discendenza alla sofferenza terrena e li caccia via dall’Eden. Già, padre dell’anno. Chiariamo, non è una critica alla Bibbia, del resto la Genesi vuole spiegare l’origine dell’uomo, non concetti di pedagogia (sebbene vada di moda saccheggiare la Bibbia dove faccia comodo). Tuttavia è interessante notare che questo modo di pensare e agire è abbastanza comune, al punto che se oggi proponi ad un genitore o ad un insegnante di non ricorrere a punizioni e ricompense ti guarderà male. Pensiamo che l’imporre senza spiegare sia simbolo di forza e che il vero potere su un altro lo si ottiene intimidendoli. Eppure un altro modo c’è, credimi, a te in primis e meglio che ad altri saprò dimostrarlo. 

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Se questo discorso non ti sembra casuale è perché non lo è. Di recente, durante una riunione scolastica, ho espresso, in quanto mi è stato richiesto, il mio parere circa il modo corretto di rimediare ai crescenti comportamenti devianti degli studenti. Puoi immaginare cosa abbia proposto: ascolto, dialogo, coinvolgimento, richiesta di collaborazione basata sulla comprensione della richiesta, ecc. La risposta che ho ricevuto mi ha lasciato basito… In sintesi: “Non si danno spiegazioni, sono grandi e devono capire che ci sono le regole e devono rispettarle, fine della conversazione.” Un’idea del genere me la aspetto da qualcuno che non ha mai incontrato un adolescente in vita sua, non da chi è a capo della didattica di un’istituzione scolastica. Non è solo un’idea inefficace (e autodistruttiva), è anche anti-educativa, specialmente in un momento storico in cui siamo tutti più fragili e isolati.

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Kids don’t learn from people they don’t like

Dr. Rita Pierson

Questa idea (espressa durante un interessante TedTalk) andrebbe interpretata nel modo corretto, perché presa letteralmente non è sempre vera. Capisci però il senso generale: c’è bisogno di un contatto umano. Proprio la scuola che può fare da ponte sul campo minato delle crepe generazionali non può permettersi di tirarsi indietro nella sua missione educativa che può e deve essere all’avanguardia. Anzi, dovremmo fare di più. Sempre la Pierson, nello stesso discorso:

“Every child deserves a champion, an adult who will never give up on them, who understands the power of connection, and insists that they become the best that they can possibly be.”

Questa citazione è stata particolarmente significativa (e dolorosa) perché l’ho sentita nello stesso periodo in cui ho appreso della storia di Gabriel Fernandez (non so se te ne parlerò, forse in futuro). Io ho avuto persone così nella mia vita, crescendo; persone che hanno visto qualcosa in me o che hanno saputo instillarmi fiducia in me stesso. Non sono mai state presenze permanenti, anzi erano figure di passaggio nella maggior parte dei casi, però hanno fatto la differenza. Forse per questo io cerco di essere quel campione per i miei studenti. E vorrei esserlo anche per te. Con pazienza e dedizione, sbagliando e correggendomi, ascoltando e comunicando. E qualche volta, quando è necessario, ignorando chi è rimasto legato ai metodi del vecchio testamento.