Rinuncerò forse a sorridere?

Mi sento la morte nel cuore. Non ho visto nulla, non conosco nessuno laggiù, però la sento lo stesso. Non si può dire che sia stato un colpo di scena. L’avanzata dei Talebani sembrava inarrestabile, eppure la velocità con cui hanno ripreso il controllo dell’Afghanistan è andata al di là delle aspettative. Una delle ferite aperte del nostro tempo, che purtroppo erediterà anche la tua generazione. Col tempo ti parlerò di ognuna di esse, affinché tu sia consapevole, perché la consapevolezza è il primo passo necessario al cambiamento. Tredici anni fa leggevo “Il cacciatore di aquiloni” di Khaled Hosseini in un parco a Londra, è doloroso pensare che quello stesso paese potrebbe rivivere lo stesso incubo ancora una volta.

Khaled Hosseini (che a proposito è goodwill ambassador della UNHCR)

Questa ferita ha già vent’anni, che però oggi sembrano cento. Un salto nel passato, di quelli che fanno male, di quelli che gridano regresso, di quelli che promettono di grondare sangue. I talebani si presentano ragionevoli, propositivi, pacifici. Ho sentito un moto di speranza, così ampio che mi ha messo subito in guardia. Che i talebani siano effettivamente cambiati? Che questo nuovo governo possa essere diverso? Il mio cuore vorrebbe disperatamente crederlo, ma proprio questo slancio mi ha disilluso: sarebbe bello crederlo. Sarebbe bello lasciare andare questa angoscia impotente, sarebbe bello non sentire il peso morale che comporta l’essere occidentali, sarebbe bello non dover stare in pena per un popolo che non vede fine alle proprie sofferenze. Ho continuato a consumare la mia cena mentre ascoltavo il telegiornale. Che altro potevo fare? Perdere il sonno e la fame non aiuterebbe nessuno. Cosa aiuterebbe però? Ho il diritto di sorridere, di essere spensierato? Continuare a preoccuparmi della quotidianità sembra un tale controsenso. Se vedessi te in questo stato, cosa ti direi?

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Ti abbraccerei. Ti consolerei. Ti direi che la storia è un fiume che non può scorrere alla rovescia. In qualche modo stiamo andando avanti, nonostante queste battute d’arresto. Possiamo dare il nostro contributo al percorso del fiume. Un solo sasso non può alterare la corrente, ma se siamo in tanti a portare il nostro contributo, un sasso alla volta, possiamo deviare il corso degli eventi. Quello che possiamo fare, quindi, è portare il nostro peso, dare il nostro contributo e ispirare quante più persone possibile a fare altrettanto. Non è detto che né io né tu riusciremo a vedere questo cambiamento, ma questo non è un buon motivo per rinunciare a costruire i ponti per le generazioni future. Trovo doveroso unirsi al lutto degli Afgani, essere partecipi, tener viva l’attenzione su di loro. Poi però si passa all’azione. Se fossi un avatar userei i quattro elementi per portare rovina sui talebani, e il pensiero mi dà una certa soddisfazione, ma bisogna essere concreti. Cosa possiamo fare?

Per prima cosa dobbiamo pensare a chi sta fuggendo. Io ho in mente un paio di cose. Innanzitutto, includerò la questione nella mia programmazione scolastica (in realtà era già previsto). Non è casuale che tra i libri che proporrò quest’anno ci sarà “Stanotte guardiamo le stelle” di Alì Ehsani e Francesco Casolo, su cui sto già ricamando diverse iniziative. Dei giochi che potrei proporre ad un corso per Game Designer a cui prenderò parte presto (da tempo volevo provare a ideare un gioco da tavolo) sceglierò proprio quello ispirato al libro di Alì, sperando di riuscire a realizzarlo, utilizzarlo per sensibilizzare l’opinione pubblica e destinare ogni ricavato ai rifugiati. Ho in mente un progetto forse troppo lontano, ma ci proverò: proporre di riqualificare uno dei tanti paesi abbandonati nella nostra penisola per farne un paese afgano in Italia. Non sarebbe un atto vero di accoglienza e solidarietà? Per essere più pratici organizzerò una raccolta fondi per la UNHCR (a proposito, link cliccando sull’immagine). Tu cosa farai?

https://donate.unhcr.org

Abbiamo il privilegio di vivere in un paese che non è più in guerra. Abbiamo il privilegio di essere nati in una civiltà che può guardare ad un futuro nuovo e ricco di possibilità. Non abbiamo fatto nulla per meritarcelo, ma questo non deve farci sentire in colpa, anzi deve animarci di un desiderio umanitario. Siamo i fratelli maggiori del mondo, deve essere nostro motivo di gioia e orgoglio dare supporto a chi non ha ancora raggiunto una meta di pace e dignità. Per questo possiamo piangere con loro, ma dobbiamo anche sorridere e sperare, con loro. Non voltiamo le spalle. Tendiamo la mano.