Il bivio

Ci potranno essere momenti in cui la tua vita ti sembrerà una storia in pausa. Mi sembra che la mia lo sia da tempo. Mi sento come bloccato in una lunga digressione, un’esplorazione di temi e tracce secondarie, in attesa di una narrazione che deve riprendere da un punto ormai smarrito. Cosa sto aspettando, esattamente?

Sento di essere arrivato ad un bivio. Con piacere ho percorso il sentiero che saliva su per una collina. Mi ha fortificato. Arrivato in cima, però, mi si è presentato davanti un panorama desolante, monotono, oppressivo. Non sono sicuro di sapere dove mi trovo. Per orientarmi cerco te, che sei il mio Nord, e non ti trovo. Devo scegliere che strada prendere, altrimenti rischio di rimanere qui per sempre. 

Facciamo qualche passo indietro. Negli ultimi tempi questo bisogno di paternità si è fatto sempre più forte. Non tutti coloro che hanno un partner scelgono di essere genitori, ma non è possibile scegliere di essere genitori senza avere un partner. Ora, non voglio andare contro le leggi della natura, ma mi chiedo: se una persona desidera fortemente essere padre, e a detta di tutti sarebbe un ottimo padre, in nome di cosa dovrebbe rinunciarci? Prima di rispondere, una riflessione. Trovo giusto che ci si ponga come obiettivo il superiore interesse del nascituro, ma non è questo ciò che vedo accadere. Tre casi.

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Primo caso: bambini senza famiglia. Tutti siamo d’accordo che è giusto che vengano adottati (spero), ma se dobbiamo stabilire chi ha il diritto di farlo, ecco che ci si prepara a spargere sangue. Nessuno si è mai sognato di sottoporre a scrutinio una coppia che aspetta un figlio; sapranno quel che fanno, no? Non lo so. Se si trova doveroso proteggere gli orfani da genitori adottivi inadeguati, perché non fare lo stesso per i figli biologici? Perché è diffusa la convinzione secondo cui il sangue sia la migliore garanzia di idoneità per un genitore. L’adozione ha tempi lunghissimi, costi elevati e limitazioni scoraggianti, con la conseguenza che quei poveri bambini nel frattempo crescono soli, a volte troppo. E mi fermo qui.

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Secondo caso: bambini con un solo genitore. In Italia io non potrei adottarti da solo. Le persone single non sono idonee (a quanto pare), salvo qualche eccezione: genitori divorziati, donne abbandonate, vedovi, vedove, coppie separate dal lavoro o dalla malattia. Insomma, basta che l’ingravidamento ci sia stato, allora va bene. Del resto, come si può privare un bambino di un padre o di una madre? Peggio ancora, come si può pensare di dargliene due? Assolutamente no, lasciamo che questi bambini e bambine rischino di non vedere mai l’amore di una famiglia, sempre meglio dell’amore della famiglia sbagliata. Sbagliata secondo i canoni di chi? Non c’è prova scientifica che dimostri che le famiglie “diverse” danneggino lo sviluppo dei figli. Semmai il contrario.

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Terzo caso: bambini con genitori naturali. Modello superiore e insuperabile. O forse no. Al di là del velo, tra le mura private di queste famiglie, che nessuno oserebbe mai violare, quanti drammi sconosciuti o inespressi si consumano? Lo scopriamo quando è troppo tardi. Una storia tra tutte, che racconterò meglio in futuro: quella del piccolo Gabriel Fernandez, torturato fisicamente e psicologicamente dalla propria madre e dal compagno fino alla morte all’età di soli 8 anni, nella tacita complicità di un’intera comunità. Ma noi vediamo ancora il dramma massimo nella separazione tra madre naturale e figlio, permettendo tanti abusi per la nostra moralità ipocrita. State facendo la guerra sbagliata. Non è l’unione di uomo e donna che fa crescere bene un figlio, è l’amore.

Affrontiamo la realtà: essere un genitore biologico non fa di te un buon genitore, tantomeno un genitore migliore. Ci sono ovviamente famiglie che fanno del loro meglio, ma quanti padri e quante madri non meriterebbero di avere figli? Figli che poi non possono sfuggirgli. E noi ci preoccupiamo di concederli a persone che attraverserebbero (come di fatto fanno) mari e monti per dare loro un rifugio sicuro. E questa la chiamiamo una società giusta? Interesse superiore del minore? Questa è una storia di discriminazione pura, da cui tutti hanno solo da perderci. È facile imporre il proprio modo di vedere quando, convenientemente, ne fai parte. Ma chi gli dà il diritto di giudicarmi senza neanche conoscermi? Di negarmi il diritto di amare ed essere amato? Non chiedo di dare il diritto a tutti, ma almeno a chi lo merita.

È giunto il momento per me di fare una scelta, ma non sono ancora sicuro quale sarà. Spero solo che non sia la fine di questa storia.

L’inaspettato significato di un bicchiere

Sono piccole cose. Sono cose piccole e sciocche. Forse per questo mi prendono alla sprovvista. L’ultima in ordine di tempo si è presentata durante una passeggiata da Ikea (sì, ho sempre avuto questa strana fissa). La mia amica (che conosci sicuramente, ma te ne parlerò poi) ha preso dei bicchieri in polistirene e io mi sono soffermato a osservarli. Colorati, resistenti, adatti ai bambini. Ne ho preso uno in mano cercando di capire perché improvvisamente ero pervaso da un senso di malinconia. Poi ho capito. Per un istante tu eri nella mia vita e io dovevo comprarti un bicchiere che non fosse pericoloso per te. Com’è finita invece? Ho comprato un bicchiere di vetro per me stesso, che tra l’altro è caduto a terra prima di pagarlo, polverizzandosi (non sto esagerando, è esploso in mille pezzi). E a volte è proprio così che mi sento dentro.

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Lo so che mi complicherai la vita, ma a me sta bene, voglio l’esperienza completa. Voglio i dilemmi, i problemi, i cambi di programma, gli imprevisti, le notti insonni… e tu sai quanto io sia geloso del mio sonno. Sai cosa mi dico quando i vicini di casa sono troppo cafoni per rendersi conto che la notte ci sono persone che dormono? La prendo come un’esercitazione per quando ci sarai tu a svegliarmi. Ormai non so più se è una cosa tenera o solo un segno che sto impazzendo.

Pazzo o no, io comunque vado avanti. Ti racconto due cose recenti molto belle. Giovedì scorso ho finalmente incontrato Nicolò Govoni di Still I Rise! Avevo una lista di domande per lui e ho contrattato con le ragazze che erano in fila dietro di me per riuscire a fargliene almeno tre, ma loro poi sono state tanto soddisfatte delle risposte che hanno sentito che mi hanno autorizzato a rivolgergli anche le altre (è improbabile che stiate leggendo, però vi ringrazio ancora). Nicolò è stato estremamente gentile, ha accolto con entusiasmo la mia idea di proporgli un gioco da tavolo basato sul suo libro, abbiamo parlato di progetti futuri, di scuola e insegnamento e io gli ho detto che prima o poi lavorerò per loro e ci spero davvero. Seconda cosa, in parte connessa alla prima: sabato comincio finalmente un corso per progettare giochi da tavolo. Sono stato impegnato a creare il prototipo da presentare al primo incontro e per essere una bozza sono abbastanza soddisfatto.

Ho solo questa foto. Volutamente non ne ho fatta una con lui, mi interessava conoscerlo, non trattarlo da VIP (cosa a cui neanche lui aspira)

Come vedi cerco di tenermi attivo e ho sempre qualche progetto in cantiere. Tutto questo è bello, tuttavia… mi chiedo: la mia risposta è giusta?

Rispetto al bruciante desiderio che ho di questa mia vita futura che dal futuro non si smuove, la mia reazione appare alquanto temperata. Non sarebbe più giusto mollare ogni cosa e riordinare le mie priorità in base a te? Dare il tutto per tutto, perché il tempo passa e non aspetta nessuno? Forse è nuovamente la follia a sussurrarmi alternative attraenti che funzionano solo nei libri e nei film. O forse la vera follia è cedere al conforto del sentiero battuto, perché la vita è una sola e non si può viverla con la nostalgia di qualcosa che non è mai successo. E se anche fosse, cosa potrei fare, realisticamente? Mettere un annuncio online del tipo “aspirante padre cerca aspirante madre” e sperare che prima o poi scatti un’alchimia? Trasferirmi in Svizzera e chiedere l’adozione da single? Costruire un burattino di legno e aspettare che prenda vita? Quest’ultima non è mica da sottovalutare rispetto alle altre. Forse sto impazzendo davvero. Se qualcuno ha saggezza da condividere non esiti a farsi avanti. Io nel frattempo cerco di mantenermi sano di mente ponendomi poche domande e pensando invece a quelle che mi farai tu. Maledetti bicchieri.

La strada che porta a te

Tuo padre è un tipo sentimentale, te ne sarai già accorto. Questo però non è affatto scontato per chi mi conosce. Non mi riferisco alle battute ciniche o ai momenti di disprezzo per l’umanità che a volte tiro fuori (non mi giudicare, aiutano a sopravvivere); da sempre, mi riesce difficile mostrare le mie emozioni. Mi sento più a mio agio se sono solo e quando sto troppo tempo a contatto con altre persone poi sto male, ho bisogno di ritirarmi in silenzio e in pace per un po’ e ricaricare le mie batterie sociali. Questo è vero fin da quando ero un bambino. Ho sempre preferito i piccoli gruppi ed era comune vedermi per i fatti miei. In parte è ancora così. Quando sono solo riesco a lasciarmi andare, rido e mi commuovo più facilmente. Questo però non vuol dire che non abbia bisogno degli altri, anzi. Avere un indole introversa ti porta a isolarti, rimanere soli è un’altra cosa, ed io ho molta paura di rimanere solo. Me la caverei comunque – specialmente con un abbonamento a Netflix e una buona pizzeria vicino casa – però quante cose mi perderei? Vorrei compagnia, quella giusta, quella che mi fa sentire che va bene essere me. Quella che cercherò di darti ogni giorno della tua vita.

Forse per il mondo sei solo una personama per qualche persona sei tutto il mondo.

Gabriel Garcia Marquez

Oggi guardavo dei video divertenti sul mio divano (nel senso che c’ero sopra, non che riguardassero il mio divano), e ridevo di gusto. Non che fossero di un umorismo brillante, ma che ci posso fare se il demenziale mi fa ridere? – i miei gusti li sai. Poi una pausa. Nel silenzio, mi sono rattristato. Pensavo che in fondo è un modo piacevole di passare la domenica pomeriggio, ma mancava qualcosa: la condivisione con un altro essere umano. Ho immaginato di averti lì, accanto a me, e sentire le tue risate insieme alle mie, sentirci segretamente accomunati dal vivere quel momento, percepire una voglia di tenerezza che si srotola in un pigro pomeriggio di ozio: una coccola, un abbraccio, un sorriso. Un momento apparentemente vuoto, di quelli che catalogheresti come tempo sprecato, e che invece, a ben guardare, vale tutto il mondo. Il significato inafferrabile della vita. La semplice inconscia euforia dell’essere testimoni l’uno dell’esistenza dell’altro, sentirsi protetti o dare protezione, una persona che ne cresce un’altra che a sua volta ne crescerà un’altra ancora, in un ciclo eterno. Collezioneremmo tutte queste istantanee e poco importa se sbiadiranno nel tempo, sovrapponendosi e fondendosi indistricabilmente, perché lasceranno come un marchio nella memoria un sentimento, quell’amore tra genitore e figlio che alimenta il fuoco dell’umanità.

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Mi ridesto.
Tu non ci sei.
Il divano è vuoto. Un tempo mi sarei arreso. Non più. Non mi lascio prendere dallo sconforto, non potrei farti questo torto. Invece mi riconcentro, rinnovo la mia risoluzione, mi ricordo il racconto che voglio riscrivere. Perché questa gioia che sembra sfuggirmi può diventare reale e dipende anche da me. La strada che porta a te è inesplicabile e intricata, ma è l’unica che valga la pena percorrere, anche a costo di perdermi. Posso e voglio cambiare. Cerco di capire come essere una persona migliore, come rendere questo mondo un posto migliore, affinché entrambi possiamo essere degni di te. In questa ricerca mi sembra che la mia vita, per quanto modesta, meriti di essere vissuta. Forse non ti troverò alla fine della strada, ma almeno potrò indicarla a qualcun altro. “Seconda stella a destra e poi dritto fino al mattino”? Va bene, proviamoci.

Questo mondo

Pensando a te, tempo addietro, avevo avuto l’idea di un documentario: “Guida alla comprensione del mondo“, o un titolo del genere. Prova a immaginare: un viaggio epico e rapidissimo; una carrellata di immagini, foto e video che si alternano partendo dalla nascita dell’universo per arrivare ai giorni nostri, toccando tutti gli eventi, i temi e i princìpi più rilevanti, commentati costantemente da una colonna sonora e una voce narrante (non dico veloce come quella alla fine delle pubblicità dei medicinali, ma quasi). Lo so, detto così somiglia alla sigla di “The Big Bang Theory“, ma la serie non esisteva ancora al tempo in cui ci pensai.

L’idea era di provare a spiegare, in estrema sintesi, il funzionamento del pianeta e della società umana per chi, come te, si sarebbe affacciato alla vita. Un’enciclopedia essenziale riassunta in un paio d’ore di film. Sì, perché tra le tante cose che ho fatto ho anche studiato cinema (di questo parleremo poi). Il progetto non è mai andato oltre la fase di ideazione. Avevo scritto degli appunti, ma purtroppo sono andati perduti (devi sapere che tuo padre ha questo difetto, pensa tanto ma concretizza poco, e si perde spesso qualche pezzo).

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Si impara vivendo, di questo sono convinto, ma il mio intento era mettere ordine nelle tante informazioni che si accumulano disordinatamente nella nostra testa man mano che le apprendiamo. Manca, cioè, una prospettiva unitaria; queste idee possono sembrare separate e dispersive, quando invece fanno parte di un’unica grande storia di cui noi stessi siamo protagonisti. Anche tu ne sarai protagonista. Dovrai fare delle scelte e non sempre ci sarò io a guidarti, e non sempre farai la scelta giusta. Non ti preoccupare, è normale, è parte della crescita di ognuno. Ciò che conta è avere uno spirito critico. In questo mondo nasciamo per essere una benedizione o una maledizione. Me lo ha insegnato un videogioco chiamato Black&White (spoiler: tuo padre è un nerd) e da allora ci penso spesso. Questo mondo può essere una meraviglia oppure una fonte di sofferenza e le nostre azioni possono influire su quale di queste percezioni avranno gli altri, oggi, quest’anno, nella vita. Non sottovalutare mai l’impatto che puoi avere, in bene e in male. Anche nel nostro piccolo possiamo fare la differenza.

Se solo capissimo di essere connessi. Se tutta l’umanità riuscisse a pensare e agire guidata dallo stesso senso di empatia e coesione, allora potremmo mettere fine istantaneamente alle più grandi afflizioni del nostro tempo. Finirebbero immediatamente le guerre, scomparirebbe la fame, risaneremmo il pianeta. Solo desiderandolo, se tutti desiderassimo la stessa cosa.

Può sembrare idealistico, suona un po’ di magia, eppure… Può succedere davvero. Pensaci: come io insegno a te a guardare al bene comune, a inseguire un sogno di pace, a perseguire la giustizia per tutti, a essere sempre consapevole delle conseguenze delle tue azioni, ad avere pietà della sofferenza altrui, se allo stesso modo tutti ricevessero questo insegnamento allora il mondo potrebbe cambiare e rapidamente. Credo sia per questo che ho deciso di voler scrivere storie e insegnare. Tu sarai libero di seguire la tua strada, ma sappi che tuo padre ha trovato in questo ideale il suo ruolo nella vita.

A proposito di documentari. Se già ti ho fatto vedere il documentario “I am“, avrai riconosciuto uno dei temi principali. We are all connected. Io e te, la nostra famiglia, i nostri amici, le famiglie dei nostri amici e gli amici della nostra famiglia, i miei studenti, i tuoi insegnanti, chi sta leggendo queste parole adesso. Popoli del passato, fratelli della nostra epoca, generazioni del futuro. Siamo tutti connessi. Quando ti sentirai scoraggiato, ricorda che questa è l’unica coscienza che avrà sempre la forza di perdurare attraverso ogni tempo, fino a quanto si affermerà.

Possiamo essere una benedizione o una maledizione per questo mondo. E tu, cosa sarai?

Dedica

Caro figlio, queste pagine sono dedicate a te. Altri le leggeranno, ma sei tu il mio destinatario principe, tu che in questa fase della mia vita mi sei spesso di ispirazione e guida. Sorge subito una domanda spontanea: come mai ho scelto di condividere pubblicamente i miei pensieri, invece di scriverti privatamente? Ci sono due validi motivi.

Il primo motivo è che scrivere con la consapevolezza che altri leggeranno dà una motivazione diversa. Ci si mette in gioco e chi mi conosce sa che non lo faccio mai abbastanza. Ci sono questi pensieri che mi accompagnano da tempo, spronati da un istinto paterno crescente, ho deciso di condividerli. Chissà, forse le parole che scriverò incontreranno la sensibilità di altri.

Il secondo motivo, meno importante del primo, è che tu non esisti. O almeno, non ancora. Momento di confusione, lo so. Non dovrei essere io a dirlo, ma non sono matto. Provo a spiegarmi. Per me sei assolutamente reale. L’idea di te e la speranza che tu possa un giorno entrare nella mia vita mi bastano per ora. Mi bastano per affrontare il vuoto del presente, per attendere il momento in cui riempirai le mie giornate di un senso che non può essere spiegato. Se invece tu non dovessi arrivare mai, non per questo rimpiangerò nulla di ciò che sento e di cui scriverò.

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Indipendentemente da questo, sento il bisogno di esprimere tutto l’affetto che ti darei, per non lasciarmelo dentro a consumarsi invano.

Ti cerco e ti trovo nei gesti, nelle intenzioni, nei riti, nei desideri, nei ricordi, nel mistero e nel baratro. Nel baratro di ciò che parla di finito, giunge il pensiero di te, di tutti i figli, sognati e concreti, biologici e simbolici, a sussurrare parole infinite.

Anche la mia storia è cominciata prima della mia nascita. Tua nonna mi ha dato le pagine che mi scriveva quando era incinta di me. Si rivolgeva a me, mi parlava, comunicava il desiderio che aveva di me. Sono parole semplici e potenti, commoventi. Vorrei fare lo stesso dono a te. Se mai nascerai, sappi che sei stato voluto, intensamente, con consapevolezza e tenacia, prima che di te ci fosse una minima traccia nella mappa della vita.

Se il mio desiderio sia forte e sincero, lo lascio giudicare agli altri; forse ci saranno lettori che si sentiranno partecipi del mio sentimento; forse l’universo deciderà, infine, di complottare per aiutarmi e io e te ci incontreremo davvero, lì al confine tra scienza e miracolo.

Anche in assenza di un lieto fine, spero che tutti, me compreso, si potranno godere il cammino che oggi comincia.

Il tuo papà che non c’è