Un luogo a cui fare ritorno

Siamo di nuovo chiusi in casa. Una zona rosso-confuso di durata indefinita, e dovuta più alle mezze misure senza criterio del governo e all’irresponsabilità degli italiani-medi che alla contagiosità del virus. Non ti nascondo che in questo momento lo preferisco. Il recente ritorno a questa pseudo-normalità, complice anche la frustrazione che sto vivendo a scuola, è stato faticoso. Tornavo a casa esausto, fisicamente e mentalmente, e tu non c’eri a far evaporare questa gravità con la tua sola presenza. Ho invidiato, senza cattiveria, chi torna a casa e trova qualcuno ad aspettarli, mentre io non ho neanche un animale da compagnia (non ti sto paragonando ad un cane, comunque li amo i cani). Io non mi basto da solo, sono fatto così. Al contrario, mi sento motivato ad attivarmi per gli altri e con gli altri. A volte mi fermo a contemplare una scena immaginaria tra me e te: insieme al supermercato – tu mi leggi la lista della spesa seduto dentro al carrello, a studiare – tu aspetti che io capisca il tuo problema di matematica, a cucinare – tu che assaggi un po’ troppo durante la ricetta, se hai preso da tuo padre; momenti di condivisione che mi riscaldano. Lavorare da casa mi permette di riposare il corpo, ma non la mente e di certo non lo spirito. Questo isolamento favorisce il ritorno di fantasmi e una casa infestata non è il tipo di luogo in cui vuoi trovarti bloccato. Aveva ragione Aristotele, siamo animali sociali. Non fraintendere, sospiro anche per l’assenza di un’amicizia o di una relazione amorosa, però si tratta di sentimenti diversi, con te è un’altra storia. Credo sia un buon momento per dire qualcosa in più su questo desiderio che ho di te.

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Inizierò dicendo ciò che non è e che non sarà, perché è ciò che ha rischiato di essere. Mi spiego. La fantasia di essere papà mi accompagna da molto tempo (più o meno dall’adolescenza), ma inizialmente ero ispirato dai motivi sbagliati. Ci ho messo molto tempo a capire quante proiezioni interne e influenze esterne condizionassero questo desiderio e solo di recente il mio istinto paterno è stato accompagnato da una filosofia di vita consapevole. In un’epoca in cui avere figli è sempre più una scelta, credo che il minimo che possiamo fare è interrogarci sul perché vogliamo prenderci la responsabilità di mettere al mondo una nuova vita (considerando anche i mali del nostro tempo, come la sovrappopolazione, la crisi ambientale e TikTok). Ecco quindi la mia personale lista dei 7 motivi per cui né io né nessun altro dovrebbe diventare un genitore:

  1. Non lo farò per rimediare alla mia solitudine. È vero, non sarò più solo, ma questa è una conseguenza, non l’obiettivo. Quando verrà il momento ti lascerò andare. La mia solitudine deve essere risolta da me, non da te.
  2. Non lo farò per sentirmi completo. Non mi riferisco al completarsi a vicenda – quella è una bella cosa – ma alla sensazione di essere in difetto in assenza di figli. Dobbiamo realizzarci al di fuori del ruolo di genitore.
  3. Non lo farò affinché tu sia un’estensione di me stesso. Spero di riuscire a trasmetterti i miei valori, ma non tenterò di plasmarti a mia immagine. Sarai chi vorrai essere. Non voglio che tu sia come me, voglio che tu sia migliore di me.
  4. Non lo farò per riversare su di te le mie ambizioni non soddisfatte. Per me è abbastanza facile, perché ho avuto tante soddisfazioni. Avrai i tuoi interessi, i tuoi obiettivi e devi essere libero di fare le tue scelte.
  5. Non lo farò per soddisfare le aspettative della società. Rispetto massimo per chi sceglie di non avere figli. Zero rispetto per chi fa figli tanto per farli e poi viene meno al proprio ruolo di genitore, arrivando a forme più o meno gravi di abbandono o abuso.
  6. Non lo farò per risolvere i miei problemi di coppia. Chi mi conosce bene si farà una risata, è difficile avere problemi di coppia se la coppia non esiste. Almeno non ancora.
  7. Non lo farò per egoismo. Bisogna valutare che tipo di vita si può offrire ad un figlio. Se non si è pronti e disposti a dare il massimo, se rischiamo di esporli a sofferenza fisica o psicologica, meglio fare un passo indietro.

Quindi quali sono i motivi del sì? Penso che ognuno trovi il proprio percorso – imprenscindibile è l’amore – io posso parlare del mio. A me piace dare. Uno dei motivi principali per cui ho scelto di fare l’insegnante è perché amo trasmettere agli altri quello che ho imparato, aiutarli a crescere per diventare la versione migliore possibili di loro stessi. Credo nel progresso. Non quello tecnologico, sebbene sia collegato, ma quello del pensiero: l’umanità progredisce grazie a coloro che sono venuti prima di noi e se riusciamo a mantenere ciò che c’è di edificante e combattere ciò che c’è di distruttivo, possiamo sperare in un mondo sempre migliore; non per un dovere biologico, ma etico, morale. Sono un narratore. La mia immortalità non risiede nella possibilità della vita eterna o dell’aldilà, ma nella consapevolezza che la storia andrà avanti, e non si tratta solo della mia storia, ma di quella della nostra famiglia, dei nostri amici e tutti coloro che abbiamo incrociato nel nostro percorso; storie diverse, la mia non è la tua, eppure tutte parte di una tessitura senza principio e senza fine. Tu mi renderesti libero. Leggi questa riflessione tratta da un anime (da buon nerd sono per me fonte di saggezza insieme a manga, serie e film):

Ti sei mai chiesto perché è comune pensiero credere che gli uccelli siano delle creature libere? Anche se possono volare liberamente nel cielo, senza una terra da raggiungere, senza un posto in cui fermarsi a risposare le loro stanche ali, potrebbero anche pentirsi di possederle. L’essere davvero liberi, forse… L’essere davvero liberi forse consiste nell’avere un luogo dove poter tornare.

Koumyou Sanzo – Saiyuki

La vera libertà, sapere che c’è sempre un posto che puoi chiamare casa, c’è sempre qualcuno che ti aspetta, che ti accoglierà senza riserve. Ecco, quel qualcuno da cui io continuo a tornare, quel panorama famigliare perché nella sua imperfezione è unico e ti appartiene, in questa fase della mia vita per me sei tu. Spero che allo stesso modo saprò esserlo per te. La nostra famiglia intera. Se rimarrai un figlio che non c’è, troverò comunque un modo di essere libero, ma intanto, anche come pensiero, come sogno, mi permetti di volare.

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Nella salute e nella malattia

Quando giovedì ho cominciato a sentire fastidio alla gola, non ci ho dato molta importanza; sono stati i decimi di febbre in aumento l’indomani mattina a insospettirmi. Durante la giornata di venerdì la mia temperatura ha continuato a salire, lentamente ma inesorabilmente.

37,2. 37,6. Strana la febbre al mattino, di solito è la sera che mi sale. 37,9. 38,2. Ma è normale che salga così tanto per un mal di gola da poco? Sono a casa da mercoledì pomeriggio. 38,4. 38,7. No, c’è qualcosa che non va. Il mio corpo sta cercando di dirmi qualcosa.
E se fosse il Covid-19?

Ho prenotato un tampone rapido in farmacia e nell’attesa ho preso una Tachipirina. Ho dormito, raggomitolato a letto, la testa calda e pesante. La febbre è scesa di quasi un grado. Avevo sentito dire che la febbre non scende con il Covid, forse per questo mi sono convinto che fosse una normale influenza. Il risultato del tampone tardava ad arrivare, così ho chiamato io.

“Sì, è positivo”, ha detto la farmacista con molta tranquillità.
“… Ah”, ho risposto io dopo una pausa di silenzio.

E così, a distanza di un anno circa dalla diffusione del virus in Italia, sono diventato un pezzo di storia. Sarò tra quelli che potranno dire “Eh sì, la pandemia del 2020, io me la sono beccata” – certo, non è la stessa cosa di poter dire “Woodstock 1969, io c’ero”, ma per ora questo passa il convento. Sabato è cominciata la tosse, domenica ho perso gradualmente prima il senso dell’olfatto, poi la percezione dei sapori, lunedì è cominciata l’astenia. Un’esperienza un po’ da VIP, se ci pensi: ne hai sentito parlare di continuo, per mesi, e ora lo stai vivendo tu, in prima persona; tutti quei sintomi si manifestano, uno dopo l’altro, precisi e prevedibili come una fatalità. Li osservi, li studi, li cataloghi come un ricercatore che si trova finalmente di fronte al reperto che finora aveva visto solo in foto. Poi realizzi che sta succedendo davvero: sei stato contagiato. Rimani all’erta, perché non sai cosa può cambiare da un giorno all’altro. Il saturimetro, di cui privi sconoscevi il nome, diventa il tuo droide da compagnia. Comincia l’isolamento.

Sono stato fortunato, la mia respirazione non è stata intaccata. Sto male, ma non corro rischi. Come sai, non a tutti è andata così bene. Questa sarebbe potuta essere una storia che non c’è mai stata, finita prima di cominciare. Non posso fare a meno di pensarci. La malattia fa paura, sia quando non sai cosa aspettarti, sia quando sai esattamente cosa ti aspetta. Eppure, se si supera è presto dimenticata. Lo sapevi che solo una percentuale minima di pazienti tornano per ringraziare i dottori che li hanno aiutati? Ci saranno motivazioni psicologiche, ci sarà chi pensa che, in fondo, è il loro lavoro (sorvoliamo), ci sarà chi non ci pensa affatto, ma comunque la vogliamo vedere, non rivela forse una profonda ingratitudine? I dottori ci sono abituati, gli infermieri forse più di loro. È giusto? In nostra difesa c’è da dire che è nella natura umana rifuggire il dolore, vogliamo lasciarci nel passato tutto, il più in fretta possibile. Però quando comincia il malessere, non rimpiangiamo subito ogni singolo minuto che avremmo potuto passare in piedi, senza sforzi, senza sapori amari, senza costrizioni? Solo per poi ritrovarci, a infermità terminata, stressati e sommersi di impegni inutili e faccende idiote. Non apprezziamo i nostri medici e non apprezziamo neanche la nostra stessa salute, che si riduce all’assenza di malessere. Invece la salute è la celebrazione momentanea di una benedizione duratura, è uno stato emotivo-psicologico che va curato tanto quanto il fisico. Mens sana in corpore sano. Io ci vedo anche qualcosa di spirituale: la malattia è una forza spietata che con il suo decadimento vuole la nostra fine prematura, la salute afferma il nostro legame con la vita, il nostro diritto e la nostra lotta nell’affermare la nostra esistenza. È bello essere vivi, ma sai cos’è meglio? Sentirsi vivi. In questo momento respiro a pieni polmoni, chiudo gli occhi per sentire il calore del mio corpo, ascolto il battito del mio cuore. Non c’è bisogno di imbambolarsi per ore al giorno, con musica meditativa e diffusori di aromi (anche se male non fa, anzi), basta fermarsi un momento al giorno per ricordare a noi stessi: “va tutto bene, sei qui, sei vivo, smettila di rompere”.

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Anni fa sono stato operato, era la mia prima importante operazione chirurgica. Dovetti aspettare qualche giorno per ricoverarmi e nel frattempo mi venne una brutta infiammazione. Passavo giorno e notte in preda ad un dolore che mi lacerava dall’interno, che mi impediva di dormire e a volte anche di pensare; pensandoci in seguito mi sono meravigliato di come fossi riuscito a sopportarlo. Quella sofferenza mi ha cambiato (forse troppo). Sentivo radicarsi in me una presa di coscienza personale: esiste già troppo dolore nel mondo, il minimo che potevo fare era evitare di causarne di più. Di solito si dichiara guerra, io dichiarai pace all’umanità. Bello, ma semplicistico. Ero ancora emotivamente scosso, il mio pensiero peccava di ingenuità e successivamente ne ho pagate le conseguenze – ma questa è un’altra storia. C’è stata invece un’altra realizzazione che trovo condivisibile ancora oggi: è facile dimenticare chi sta male. Io ne sono uscito dopo un paio di mesi, ma ci sono persone che devono affrontare questi patimenti per anni, se non la maggior parte della propria vita. Si tratta di empatia: ricordiamoci cosa vuol dire stare male e abbiamo compassione per chi non è in salute come noi. Chi sta bene, chi è in forze, chi non è impegnato a curare, a maggior ragione ha il dovere morale di rispettare la dignità umana degli altri, di dare priorità alla salvaguardia della salute, di non lasciare che nessun malanno scivoli nell’oblio. Impariamo da questa pandemia. Non dimentichiamo i nostri eroi, dottori e infermieri, non sottovalutiamo la sofferenza degli altri, non abbandoniamo i nostri contagiati, non ignoriamo i sacrifici che vanno fatti per proteggerci a vicenda, apprezziamo la possibilità di arricchire invece di immiserire le vite degli altri, godiamoci la socialità (anche a piccole dosi va bene), ricordiamoci di cosa ha significato rinunciare alla libertà e al tempo per tornare ad apprezzare in modo nuovo quando la crisi sarà passata.

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Pensiamoci ora, mentre siamo lucidi, sani, attivi. Quanto è più difficile ragionare e agire quando siamo malati, con le nostre facoltà mentali intorpidite. Quando il corpo cede, la mente rischia di seguirlo: non vale la pena opporsi, di fronte al dolore tutto sembra insignificante e vano. Così è facile lasciarsi andare allo sconforto, specialmente se si è soli e fragili. Ancora una volta, pensare a te mi conforta. La tua storia dipende dalla mia, come potrei mai arrendermi? Devo darmi da fare per guarire. Tante persone mi hanno espresso la loro vicinanza (simbolica ovviamente) e l’ho molto apprezzato. Ecco un piccolo piacere in un momento del genere, concedersi una pausa, prendersi cura di sé. Mi faccio forza, mi sprono, mi accarezzo la testa… l’altro giorno ho persino mangiato immaginando di imboccarmi da solo (ma forse era delirio febbrile). Una cioccolata calda e dei biscotti da assaporare al calduccio di una coperta (se solo sentissi ancora i sapori). Tuo nonno nei miei ricordi non è mai stato ammalato e per questo lo invidio. Nella mia immaginazione mi vedo anche io così: da papà non mi ammalerò mai, per potermi prendere cura di te. Ci sarò io a starti vicino quando ti ammalerai; potrò stringerti la mano, baciarti la fronte, rimboccarti le coperte, aiutarti a bere, forse canterò pure – così la malattia si metterà paura – e rimarrò seduto a bordo del tuo letto per tutto il tempo che servirà a farti sentire al sicuro. Perché alla fine si tratta di questo. Non importa chi siamo, non importa cosa pensiamo: quando perdiamo la salute vogliamo solo che qualcuno da qualche parte ci dica che andrà tutto bene.