La strada che porta a te

Tuo padre è un tipo sentimentale, te ne sarai già accorto. Questo però non è affatto scontato per chi mi conosce. Non mi riferisco alle battute ciniche o ai momenti di disprezzo per l’umanità che a volte tiro fuori (non mi giudicare, aiutano a sopravvivere); da sempre, mi riesce difficile mostrare le mie emozioni. Mi sento più a mio agio se sono solo e quando sto troppo tempo a contatto con altre persone poi sto male, ho bisogno di ritirarmi in silenzio e in pace per un po’ e ricaricare le mie batterie sociali. Questo è vero fin da quando ero un bambino. Ho sempre preferito i piccoli gruppi ed era comune vedermi per i fatti miei. In parte è ancora così. Quando sono solo riesco a lasciarmi andare, rido e mi commuovo più facilmente. Questo però non vuol dire che non abbia bisogno degli altri, anzi. Avere un indole introversa ti porta a isolarti, rimanere soli è un’altra cosa, ed io ho molta paura di rimanere solo. Me la caverei comunque – specialmente con un abbonamento a Netflix e una buona pizzeria vicino casa – però quante cose mi perderei? Vorrei compagnia, quella giusta, quella che mi fa sentire che va bene essere me. Quella che cercherò di darti ogni giorno della tua vita.

Forse per il mondo sei solo una personama per qualche persona sei tutto il mondo.

Gabriel Garcia Marquez

Oggi guardavo dei video divertenti sul mio divano (nel senso che c’ero sopra, non che riguardassero il mio divano), e ridevo di gusto. Non che fossero di un umorismo brillante, ma che ci posso fare se il demenziale mi fa ridere? – i miei gusti li sai. Poi una pausa. Nel silenzio, mi sono rattristato. Pensavo che in fondo è un modo piacevole di passare la domenica pomeriggio, ma mancava qualcosa: la condivisione con un altro essere umano. Ho immaginato di averti lì, accanto a me, e sentire le tue risate insieme alle mie, sentirci segretamente accomunati dal vivere quel momento, percepire una voglia di tenerezza che si srotola in un pigro pomeriggio di ozio: una coccola, un abbraccio, un sorriso. Un momento apparentemente vuoto, di quelli che catalogheresti come tempo sprecato, e che invece, a ben guardare, vale tutto il mondo. Il significato inafferrabile della vita. La semplice inconscia euforia dell’essere testimoni l’uno dell’esistenza dell’altro, sentirsi protetti o dare protezione, una persona che ne cresce un’altra che a sua volta ne crescerà un’altra ancora, in un ciclo eterno. Collezioneremmo tutte queste istantanee e poco importa se sbiadiranno nel tempo, sovrapponendosi e fondendosi indistricabilmente, perché lasceranno come un marchio nella memoria un sentimento, quell’amore tra genitore e figlio che alimenta il fuoco dell’umanità.

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Mi ridesto.
Tu non ci sei.
Il divano è vuoto. Un tempo mi sarei arreso. Non più. Non mi lascio prendere dallo sconforto, non potrei farti questo torto. Invece mi riconcentro, rinnovo la mia risoluzione, mi ricordo il racconto che voglio riscrivere. Perché questa gioia che sembra sfuggirmi può diventare reale e dipende anche da me. La strada che porta a te è inesplicabile e intricata, ma è l’unica che valga la pena percorrere, anche a costo di perdermi. Posso e voglio cambiare. Cerco di capire come essere una persona migliore, come rendere questo mondo un posto migliore, affinché entrambi possiamo essere degni di te. In questa ricerca mi sembra che la mia vita, per quanto modesta, meriti di essere vissuta. Forse non ti troverò alla fine della strada, ma almeno potrò indicarla a qualcun altro. “Seconda stella a destra e poi dritto fino al mattino”? Va bene, proviamoci.

Questo mondo

Pensando a te, tempo addietro, avevo avuto l’idea di un documentario: “Guida alla comprensione del mondo“, o un titolo del genere. Prova a immaginare: un viaggio epico e rapidissimo; una carrellata di immagini, foto e video che si alternano partendo dalla nascita dell’universo per arrivare ai giorni nostri, toccando tutti gli eventi, i temi e i princìpi più rilevanti, commentati costantemente da una colonna sonora e una voce narrante (non dico veloce come quella alla fine delle pubblicità dei medicinali, ma quasi). Lo so, detto così somiglia alla sigla di “The Big Bang Theory“, ma la serie non esisteva ancora al tempo in cui ci pensai.

L’idea era di provare a spiegare, in estrema sintesi, il funzionamento del pianeta e della società umana per chi, come te, si sarebbe affacciato alla vita. Un’enciclopedia essenziale riassunta in un paio d’ore di film. Sì, perché tra le tante cose che ho fatto ho anche studiato cinema (di questo parleremo poi). Il progetto non è mai andato oltre la fase di ideazione. Avevo scritto degli appunti, ma purtroppo sono andati perduti (devi sapere che tuo padre ha questo difetto, pensa tanto ma concretizza poco, e si perde spesso qualche pezzo).

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Si impara vivendo, di questo sono convinto, ma il mio intento era mettere ordine nelle tante informazioni che si accumulano disordinatamente nella nostra testa man mano che le apprendiamo. Manca, cioè, una prospettiva unitaria; queste idee possono sembrare separate e dispersive, quando invece fanno parte di un’unica grande storia di cui noi stessi siamo protagonisti. Anche tu ne sarai protagonista. Dovrai fare delle scelte e non sempre ci sarò io a guidarti, e non sempre farai la scelta giusta. Non ti preoccupare, è normale, è parte della crescita di ognuno. Ciò che conta è avere uno spirito critico. In questo mondo nasciamo per essere una benedizione o una maledizione. Me lo ha insegnato un videogioco chiamato Black&White (spoiler: tuo padre è un nerd) e da allora ci penso spesso. Questo mondo può essere una meraviglia oppure una fonte di sofferenza e le nostre azioni possono influire su quale di queste percezioni avranno gli altri, oggi, quest’anno, nella vita. Non sottovalutare mai l’impatto che puoi avere, in bene e in male. Anche nel nostro piccolo possiamo fare la differenza.

Se solo capissimo di essere connessi. Se tutta l’umanità riuscisse a pensare e agire guidata dallo stesso senso di empatia e coesione, allora potremmo mettere fine istantaneamente alle più grandi afflizioni del nostro tempo. Finirebbero immediatamente le guerre, scomparirebbe la fame, risaneremmo il pianeta. Solo desiderandolo, se tutti desiderassimo la stessa cosa.

Può sembrare idealistico, suona un po’ di magia, eppure… Può succedere davvero. Pensaci: come io insegno a te a guardare al bene comune, a inseguire un sogno di pace, a perseguire la giustizia per tutti, a essere sempre consapevole delle conseguenze delle tue azioni, ad avere pietà della sofferenza altrui, se allo stesso modo tutti ricevessero questo insegnamento allora il mondo potrebbe cambiare e rapidamente. Credo sia per questo che ho deciso di voler scrivere storie e insegnare. Tu sarai libero di seguire la tua strada, ma sappi che tuo padre ha trovato in questo ideale il suo ruolo nella vita.

A proposito di documentari. Se già ti ho fatto vedere il documentario “I am“, avrai riconosciuto uno dei temi principali. We are all connected. Io e te, la nostra famiglia, i nostri amici, le famiglie dei nostri amici e gli amici della nostra famiglia, i miei studenti, i tuoi insegnanti, chi sta leggendo queste parole adesso. Popoli del passato, fratelli della nostra epoca, generazioni del futuro. Siamo tutti connessi. Quando ti sentirai scoraggiato, ricorda che questa è l’unica coscienza che avrà sempre la forza di perdurare attraverso ogni tempo, fino a quanto si affermerà.

Possiamo essere una benedizione o una maledizione per questo mondo. E tu, cosa sarai?

Dedica

Caro figlio, queste pagine sono dedicate a te. Altri le leggeranno, ma sei tu il mio destinatario principe, tu che in questa fase della mia vita mi sei spesso di ispirazione e guida. Sorge subito una domanda spontanea: come mai ho scelto di condividere pubblicamente i miei pensieri, invece di scriverti privatamente? Ci sono due validi motivi.

Il primo motivo è che scrivere con la consapevolezza che altri leggeranno dà una motivazione diversa. Ci si mette in gioco e chi mi conosce sa che non lo faccio mai abbastanza. Ci sono questi pensieri che mi accompagnano da tempo, spronati da un istinto paterno crescente, ho deciso di condividerli. Chissà, forse le parole che scriverò incontreranno la sensibilità di altri.

Il secondo motivo, meno importante del primo, è che tu non esisti. O almeno, non ancora. Momento di confusione, lo so. Ma non sono matto, sebbene non dovrei essere io a dirlo. Provo a spiegare. Per me sei assolutamente reale. L’idea di te e la speranza che tu possa esistere un giorno mi bastano per ora. Mi bastano per attendere il giorno in cui riempirai le mie giornate di un senso che non può essere misurato. Se invece tu non dovessi arrivare mai, non per questo rimpiangerò nulla di ciò che sento e di cui scriverò.

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Indipendentemente da questo, sento il bisogno di esprimere tutto l’affetto che ti darei, per non lasciarmelo dentro a consumarsi invano.

Ti cerco e ti trovo nei gesti, nelle intenzioni, nei riti, nei desideri, nei ricordi, nel mistero e nel baratro. Nel baratro di ciò che parla di finito, giunge il pensiero di te, di tutti i figli, sognati e concreti, biologici e simbolici, a sussurrare parole infinite.

Anche la mia storia è cominciata prima della mia nascita. Tua nonna mi ha dato le pagine che mi scriveva quando era incinta di me. Si rivolgeva a me, mi parlava, faceva trasparire il desiderio che aveva di me. Sono parole semplici e potenti, commoventi. Vorrei fare lo stesso dono a te. Se mai nascerai, sappi che sei stato voluto, intensamente, con consapevolezza e tenacia, prima che di te ci fosse una minima traccia nella mappa della vita.

Se il mio desiderio sia forte e sincero, lo lascio giudicare agli altri; forse ci saranno lettori che si sentiranno partecipi del mio sentimento; forse l’universo deciderà, infine, di complottare per aiutarmi a realizzarlo e io e te ci incontreremo davvero, lì al confine tra scienza e miracolo.

Anche in assenza di un lieto fine, spero che tutti, me compreso, si potranno godere il cammino.

Il tuo papà che non c’è