Nella salute e nella malattia

Quando giovedì ho cominciato a sentire fastidio alla gola, non ci ho dato molta importanza; sono stati i decimi di febbre in aumento l’indomani mattina a insospettirmi. Durante la giornata di venerdì la mia temperatura ha continuato a salire, lentamente ma inesorabilmente.

37,2. 37,6. Strana la febbre al mattino, di solito è la sera che mi sale. 37,9. 38,2. Ma è normale che salga così tanto per un mal di gola da poco? Sono a casa da mercoledì pomeriggio. 38,4. 38,7. No, c’è qualcosa che non va. Il mio corpo sta cercando di dirmi qualcosa.
E se fosse il Covid-19?

Ho prenotato un tampone rapido in farmacia e nell’attesa ho preso una Tachipirina. Ho dormito, raggomitolato a letto, la testa calda e pesante. La febbre è scesa di quasi un grado. Avevo sentito dire che la febbre non scende con il Covid, forse per questo mi sono convinto che fosse una normale influenza. Il risultato del tampone tardava ad arrivare, così ho chiamato io.

“Sì, è positivo”, ha detto la farmacista con molta tranquillità.
“… Ah”, ho risposto io dopo una pausa di silenzio.

E così, a distanza di un anno circa dalla diffusione del virus in Italia, sono diventato un pezzo di storia. Sarò tra quelli che potranno dire “Eh sì, la pandemia del 2020, io me la sono beccata” – certo, non è la stessa cosa di poter dire “Woodstock 1969, io c’ero”, ma per ora questo passa il convento. Sabato è cominciata la tosse, domenica ho perso gradualmente prima il senso dell’olfatto, poi la percezione dei sapori, lunedì è cominciata l’astenia. Un’esperienza un po’ da VIP, se ci pensi: ne hai sentito parlare di continuo, per mesi, e ora lo stai vivendo tu, in prima persona; tutti quei sintomi si manifestano, uno dopo l’altro, precisi e prevedibili come una fatalità. Li osservi, li studi, li cataloghi come un ricercatore che si trova finalmente di fronte al reperto che finora aveva visto solo in foto. Poi realizzi che sta succedendo davvero: sei stato contagiato. Rimani all’erta, perché non sai cosa può cambiare da un giorno all’altro. Il saturimetro, di cui privi sconoscevi il nome, diventa il tuo droide da compagnia. Comincia l’isolamento.

Sono stato fortunato, la mia respirazione non è stata intaccata. Sto male, ma non corro rischi. Come sai, non a tutti è andata così bene. Questa sarebbe potuta essere una storia che non c’è mai stata, finita prima di cominciare. Non posso fare a meno di pensarci. La malattia fa paura, sia quando non sai cosa aspettarti, sia quando sai esattamente cosa ti aspetta. Eppure, se si supera è presto dimenticata. Lo sapevi che solo una percentuale minima di pazienti tornano per ringraziare i dottori che li hanno aiutati? Ci saranno motivazioni psicologiche, ci sarà chi pensa che, in fondo, è il loro lavoro (sorvoliamo), ci sarà chi non ci pensa affatto, ma comunque la vogliamo vedere, non rivela forse una profonda ingratitudine? I dottori ci sono abituati, gli infermieri forse più di loro. È giusto? In nostra difesa c’è da dire che è nella natura umana rifuggire il dolore, vogliamo lasciarci nel passato tutto, il più in fretta possibile. Però quando comincia il malessere, non rimpiangiamo subito ogni singolo minuto che avremmo potuto passare in piedi, senza sforzi, senza sapori amari, senza costrizioni? Solo per poi ritrovarci, a infermità terminata, stressati e sommersi di impegni inutili e faccende idiote. Non apprezziamo i nostri medici e non apprezziamo neanche la nostra stessa salute, che si riduce all’assenza di malessere. Invece la salute è la celebrazione momentanea di una benedizione duratura, è uno stato emotivo-psicologico che va curato tanto quanto il fisico. Mens sana in corpore sano. Io ci vedo anche qualcosa di spirituale: la malattia è una forza spietata che con il suo decadimento vuole la nostra fine prematura, la salute afferma il nostro legame con la vita, il nostro diritto e la nostra lotta nell’affermare la nostra esistenza. È bello essere vivi, ma sai cos’è meglio? Sentirsi vivi. In questo momento respiro a pieni polmoni, chiudo gli occhi per sentire il calore del mio corpo, ascolto il battito del mio cuore. Non c’è bisogno di imbambolarsi per ore al giorno, con musica meditativa e diffusori di aromi (anche se male non fa, anzi), basta fermarsi un momento al giorno per ricordare a noi stessi: “va tutto bene, sei qui, sei vivo, smettila di rompere”.

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Anni fa sono stato operato, era la mia prima importante operazione chirurgica. Dovetti aspettare qualche giorno per ricoverarmi e nel frattempo mi venne una brutta infiammazione. Passavo giorno e notte in preda ad un dolore che mi lacerava dall’interno, che mi impediva di dormire e a volte anche di pensare; pensandoci in seguito mi sono meravigliato di come fossi riuscito a sopportarlo. Quella sofferenza mi ha cambiato (forse troppo). Sentivo radicarsi in me una presa di coscienza personale: esiste già troppo dolore nel mondo, il minimo che potevo fare era evitare di causarne di più. Di solito si dichiara guerra, io dichiarai pace all’umanità. Bello, ma semplicistico. Ero ancora emotivamente scosso, il mio pensiero peccava di ingenuità e successivamente ne ho pagate le conseguenze – ma questa è un’altra storia. C’è stata invece un’altra realizzazione che trovo condivisibile ancora oggi: è facile dimenticare chi sta male. Io ne sono uscito dopo un paio di mesi, ma ci sono persone che devono affrontare questi patimenti per anni, se non la maggior parte della propria vita. Si tratta di empatia: ricordiamoci cosa vuol dire stare male e abbiamo compassione per chi non è in salute come noi. Chi sta bene, chi è in forze, chi non è impegnato a curare, a maggior ragione ha il dovere morale di rispettare la dignità umana degli altri, di dare priorità alla salvaguardia della salute, di non lasciare che nessun malanno scivoli nell’oblio. Impariamo da questa pandemia. Non dimentichiamo i nostri eroi, dottori e infermieri, non sottovalutiamo la sofferenza degli altri, non abbandoniamo i nostri contagiati, non ignoriamo i sacrifici che vanno fatti per proteggerci a vicenda, apprezziamo la possibilità di arricchire invece di immiserire le vite degli altri, godiamoci la socialità (anche a piccole dosi va bene), ricordiamoci di cosa ha significato rinunciare alla libertà e al tempo per tornare ad apprezzare in modo nuovo quando la crisi sarà passata.

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Pensiamoci ora, mentre siamo lucidi, sani, attivi. Quanto è più difficile ragionare e agire quando siamo malati, con le nostre facoltà mentali intorpidite. Quando il corpo cede, la mente rischia di seguirlo: non vale la pena opporsi, di fronte al dolore tutto sembra insignificante e vano. Così è facile lasciarsi andare allo sconforto, specialmente se si è soli e fragili. Ancora una volta, pensare a te mi conforta. La tua storia dipende dalla mia, come potrei mai arrendermi? Devo darmi da fare per guarire. Tante persone mi hanno espresso la loro vicinanza (simbolica ovviamente) e l’ho molto apprezzato. Ecco un piccolo piacere in un momento del genere, concedersi una pausa, prendersi cura di sé. Mi faccio forza, mi sprono, mi accarezzo la testa… l’altro giorno ho persino mangiato immaginando di imboccarmi da solo (ma forse era delirio febbrile). Una cioccolata calda e dei biscotti da assaporare al calduccio di una coperta (se solo sentissi ancora i sapori). Tuo nonno nei miei ricordi non è mai stato ammalato e per questo lo invidio. Nella mia immaginazione mi vedo anche io così: da papà non mi ammalerò mai, per potermi prendere cura di te. Ci sarò io a starti vicino quando ti ammalerai; potrò stringerti la mano, baciarti la fronte, rimboccarti le coperte, aiutarti a bere, forse canterò pure – così la malattia si metterà paura – e rimarrò seduto a bordo del tuo letto per tutto il tempo che servirà a farti sentire al sicuro. Perché alla fine si tratta di questo. Non importa chi siamo, non importa cosa pensiamo: quando perdiamo la salute vogliamo solo che qualcuno da qualche parte ci dica che andrà tutto bene.

Del coraggio

C’è una cosa che mi inquieta del non sapere ancora nulla di te. Io sono pronto ad affrontare qualunque sfida insieme a te e non mi importa se sarai diverso da come mi aspetto, anzi, te lo giuro qui solennemente che ti amerò per la persona che sceglierai di essere – detto questo, ti sarò molto grato se eviterai di ascoltare rap italiano e usare parole come “amò” e “fraté”. Tuttavia, si potrebbero presentare diversità che non sceglieremo né io, né te; ci sono caratteristiche con cui si nasce, molte delle quali non sono curabili – sebbene siano spesso gestibili. Non potendolo sapere ora, non ho come affrontare l’argomento nello specifico. Naturalmente ti auguro, come farebbe ogni genitore, di essere nato in salute. Se sono inquieto non è per l’eventualità opposta, ma perché vorrei cominciare a preparami fin d’ora; vorrei attivarmi, studiare e allenarmi, per darti tutto ciò di cui hai bisogno affinché la tua vita ne risenta il meno possibile. Vorrei dirti che andrà tutto bene. Perché andrà tutto bene. Qualunque sia il problema, piccolo o grande, passeggero o permanente, non dovrai preoccuparti, perché lo affronteremo insieme. Finché ne avrò capacità, io sarò al tuo fianco e il nostro legame è per la vita.

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Quale miracolo, essere nati. L’inizio di una grande avventura che richiederà ripetutamente una prova di coraggio. Nella mia vita, in particolare negli ultimi anni tramite il lavoro a scuola, ho conosciuto tanti bambini coraggiosi e di tanti altri ho letto e sentito parlare. Sono bambini e bambine che affrontano quotidianamente ostacoli e imprevisti, che hanno dovuto accettare di partire con uno svantaggio rispetto agli altri, che lottano per affermare il loro diritto di esistere e crescere, per perseguire un obiettivo o un’ambizione, senza per questo volere riconoscimenti e premi. Sono storie che mi ispirano, perché io non sono mai stato coraggioso. Alzare per primo la mano in classe, esprimere un parere contrario a quello degli altri, giocare con persone che non conoscevo, sentirmi gli sguardi degli altri addosso, erano per me tutti motivi di ansia. Io che sono nato in perfetta salute avrei potuto fare tanto di più, ma ero afflitto da un male diverso: l’insicurezza. Gli anni dall’infanzia all’adolescenza mi sembrano appiattiti nella memoria se visti dal punto di vista della mia crescita personale. Non mi mancava nulla – quante persone me lo avranno detto? – ma non riuscivo a crederlo. Non voglio sminuire l’argomento, perché non è facile avere il coraggio di essere sé stessi e i danni all’autostima sono spesso duraturi. Non ho solo sofferto, mi sono anche comportato male verso gli altri, perché una scarsa considerazione di sé causa pure questo. Non mi peserebbe così tanto se avesse avuto ripercussioni solo su di me. Per fortuna qualcosa è scattato in me, quell’istinto animale di cui cantavano i Cranberries; dal fondo del dirupo ho guardato verso l’alto e ho cominciato una lunga scalata. Se mi volto verso il basso, vedo quanta strada ho già fatto.

A portarmi su è stata una forza di attrazione inspiegabile e irresistibile. Io volevo, anzi dovevo riavvicinarmi ad una immagine di me che potevo rispettare e che mi era stata tolta. La mia ombra. Non posso dire di esserne uscito, perché credo non si “guarisca” davvero da questi complessi. Posso dire che negli ultimi anni ho recuperato rapidamente e oggi mi sento molto più sicuro che in passato, più libero di vivere le mie opinioni, i miei valori e le mie scelte. Questo stesso blog è una prova di coraggio. Certo, ancora quando entro in una nuova classe per la prima volta sudo sempre, mi vergogno a dire “ti voglio bene” e arrossisco come un pomodoro se faccio una gaffe. In generale, esprimere i miei sentimenti continua ad essere una faccenda complicata. Insomma, di strada ne ho ancora da fare, e parte di questa spero di poterla fare con te e tua madre. Lo farò per te e per me stesso, perché le due cose non sono separate. Io per primo devo mostrarti la via. Il tuo faro e il tuo porto sicuro nella tempesta. Almeno questo coraggio non mi mancherà, avrò il coraggio di essere il tuo papà.